ICP 2010/Uncategorized

Report 16-21 ottobre 2010

Questi ultimi 3 giorni in Jeb al Theeb hanno visto un progressivo miglioramento dell’integrazione nel villaggio nei confronti di noi internazionali. Appena arrivati infatti, la famosa accoglienza araba che ci aspettavamo è venuta sorprendentemente a mancare.

Eravamo tuttavia preparati a delle difficoltà iniziali poiché questa è la prima volta che Jeb al Theeb si confronta con un programma internazionale. Dopo 24 ore di adattamento fisiologico, anche con il casolare in cui alloggiamo, abbiamo iniziato ad affrontare la diffidenza del villaggio. Ora basta passeggiare per le strade che attraversano le terre tra Jeb al Theeb e Za’tara per incontrare gente che ci saluta, ci chiede da dove veniamo, perché siamo qui, dove alloggiamo, ci invitano a prendere il tè o ci fanno visita. Abbiamo iniziato prendendo confidenza con i bambini, con cui in questi casi è più semplice relazionarsi, e tramite i quali risulta più semplice arrivare agli adulti. Nello specifico notevole è stata l’apertura di molte donne del villaggio nei confronti delle ragazze presenti nel gruppo.

Dopo quindi aver superato le prime naturali difficoltà, abbiamo deciso di fare visita al villaggio. Come infatti spiegato nei precedenti report noi alloggiamo in una casa poco distante dal villaggio. Uno dei referenti locali del progetto ci consiglia di fare visita verso sera per evitare la visibilità che si potrebbe creare agli occhi dei coloni. Attraversato il suggestivo sentiero che ci separa dal villaggio, siamo entrati in un luogo la cui prima impressione che ci ha lasciato è stata quella di estrema decadenza, arretratezza economica e subalternità. Accolti da alcuni abitanti, siamo stati inviati a prendere il tè sui tetti delle case. Niente strade, niente luce, un forte odore di letame (gli animali girano infatti liberamente), ma sopratutto ciò che salta subito agli occhi è la forte illuminazione che proviene dalle colonie israeliane adiacenti. Quasi non riusciamo a contenere la rabbia per l’evidente cattiveria e cinismo che tale situazione mostra.

Illuminati da una lampada a petrolio, e servito l’immancabile tè, cominciamo e dialogare con chi ci ha accolto. Dopo averci raccontato le ingiustizie e i reiterati dispetti che spesso sono costretti a subire dai coloni, un anziano signore ci racconta di essere stato picchiato e bastonato dagli stessi perché portava al pascolo le sue pecore nelle terre che essi gli hanno portato via con la forza e cui lui non vuole rinunciare. Ci mostra perfino la profonda ferita sul capo. Facendo qualche domanda in più, scopriamo che il colono che lo ha picchiato è lo stesso con cui ci siamo confrontati il giorno dopo essere arrivati al Jeb al Theeb, e di cui abbiamo parlato nei precedenti report.

Siamo tutti molto provati dal suo racconto. Dopo l’atmosfera pesante venutasi a creare, il canto corale e squillante di bambini del villaggio nascosti al buio, ci tira un po’ su di morale.

Nella passeggiata di ritorno a casa, il pensiero delle misere condizioni di vita di questa gente, e nonostante tutto la loro fermezza e dignità, ci accompagna.

Pace, olive e fantasia

Progetto Raccogliendo la pace

 

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