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Report 28 Ottobre

fotoViaggio nella Valle del Giordano La prima cosa che colpisce della Valle del Giordano è il forte contrasto che c’è tra i villini con i tetti rossi spioventi delle colonie israeliane e le catapecchie in cui sono costretti a vivere gli autoctoni beduini. Come anche da una parte il verde acceso delle coltivazioni e le serre a perdita d’occhio si contrappongono alla desertificazione disarmante delle terre palestinesi, private di acqua dall´occupazione israeliana.

Come ci spiega Fadi della Jordan Valley Solidarity, la Valle del Giordano, che rappresenta il 30% della Cisgiordania, è una delle regioni palestinesi più fertili e ricche di risorse idriche. Inoltre, la zona è di importanza strategica per un futuro stato Palestinese in quanto costituisce l’unica regione che confina con altri stati oltre ad Israele. Proprio per questo, l´area è al centro degli interessi israeliani: il 96% del totale del suo territorio è sotto occupazione israeliana (46% dall’esercito e 50% da 36 insediamenti illegali) lasciando solo il 4% accessibile ai legittimi proprietari palestinesi. Prima dell´invasione del 1967, nella Valle vivevano 320 mila palestinesi, oggi ce ne sono solo 56 mila. Poiché la zona risulta Area C in base agli accordi di Oslo, alla popolazione è vietato costruire qualsiasi cosa, che siano case, ospedali, strade, scuole o infrastrutture idriche. Chi si “azzarda” a costruire  una casa sulla propria terra rischia che sia demolita. Già a Luglio scorso il villaggio di Al Farsiya è stato dsitrutto ben due volte di seguito dai bulldozer israeliani lasciando per la strada ventisei famiglie.

Non è solo la terra ad essere occupata, ma è anche l´accesso alle risorse naturali ad essere negato. Sul ciglio delle strade della Valle del Giordano spuntano dei pozzi  israeliani protetti da recinzioni elettrificate e telecamere, che prosciugano a cielo aperto le sorgenti idriche palestinesi. Un tempo queste sorgenti rifornivano d´acqua i pozzi dei villaggi, mentre ora i palestinesi  sono costretti a pagare tre shekel al metro cubo, paradossalmente comprando la loro stessa acqua rubatagli.  A Bardala la gente ci racconta addirittura  di sentirsi scorrere l´acqua sotto piedi, attraverso le tubature che la conducono alle colonie,  senza poterla neanche utilizzare.

La Valle gode di un clima molto particolare poiché è situata oltre 400 metri al di sotto del livello del mare, rappresentando il punto più basso della terra. Questo clima, che costituirebbe una delle risosrse primarie per la produzione agricola palestinese, viene invece sfruttata per le piantagioni illegali israeliane. Dalle finestre del nostro pullman, passiamo chilometri e chilometri di piantagioni: datteri, arancie, vigne e altri vari

prodotti  ortofrutticoli. Grande protagonista dell´esportazione di tali prodotti  verso il mercato Europeo è la Carmel Agrexco, di cui riusciamo a vedere stabilimenti e loghi ben esposti. L´Agrexco, posseduta per il 50% dallo Stato israeliano, non solo è il più grande esportatore di prodotti agricoli israeliani, ma secondo le dichiarazioni  di funzionari della stessa azienda esporta dal 60 al 70% di prodotti coltivati sulle terre rubate e sottratte nella Cisgiordania.

Non potendo sviluppare una propria autonomia, i lavoratori palestinesi sono costretti a lavorare nelle piantagioni e nelle colonie israeliane sottopagati, senza alcun diritto sindacale e senza contratto. Sirene, attivista di JVS, ci racconta che i lavoratori del suo villaggio si alzano al mattino alle tre per affrontare in tempo i vari checkpoint, e nelle piantagioni lavorano anche bambini di undici anni. Il checkpoint crea problemi anche per i palestinesi che  riescono  a  produrre qualcosa; frutta a verdura subiscono svalutazioni a causa dei ritardi ai checkpoint che pregiudicano conservazione e qualità degli stessi.

Disperse sul territorio a macchia di leopardo, le inconfondibili colonie si stanno moltiplicando ed espandendo senza sosta negli ultimi anni. Adiacente all´insediamento di Mehola, i giovani coloni hanno costruito un nuovo outpost nonostante una buona parte delle case all´interno della colonia siano vuote. Vengono infatti costruite dal Settlement Council con la speranza di attirare nuovi acquirenti al fine di aumentare il numero di coloni residenti. Tutto ciò a dimostrazione della farsa che ruota intorno al dibattito sulla necessità di continuare la costruzione delle colonie per afffrontare  la crescita naturale di Israele.

Passando davanti all´insediamento di Fasayil non si può non notare la violenza simbolica di un vecchio  buldozer israeliano posto all´ingresso  di un insediamento come ornamento, a rappresentare la prepotenza della colonizzazione congiunta alla volontà di conservarne memoria.

Nonostante quanto detto sopra , la cosa che ci è sembrata pìù assurda è stato l´arresto due settimane fa di due  mucche per ¨pascolo illecito¨. Infatti per il bestiame che non sa leggere ordini e cartelli che dichiarano zone militari chiuse e quant´altro, la legge israeliana prevede  l’arresto immediato. E non finisce qui: gli arrestati vengono deportati in centri di detenzione, per prelevarli dai quali i proprietari devono pagare sette dollari al giorno.

La “Jordan Valley Solidarity” sta conducendo una dura lotta per la sopravvivenza delle comunità locali e per la preservazione dell´unicità della Valle del Giordano, anche attraverso il sostegno internazionale. Oltre alla costruzione di scuole e cliniche per le popolazioni locali, JVS sta ristrutturando una delle case più  vecchie dellaValle del Giordano mettendola a disposizione dei volontari internazionali per assicuarare una presenza continuativa.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI SU JVS, VISITATE IL SITO

http://www.jordanvalleysolidarity.org/

PACE, OLIVE E FANTASIA

Progetto ¨Raccogliendo la pace¨.

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