ICP 2010/Uncategorized

Report 29 Ottobre

“Non siamo in Israele”
Nuovo confronto all’ingresso della colonia di Nokdim

Ieri una famiglia palestinese che abita a Betlemme, originaria di Jeeb el Theeb, ha chiesto il nostro aiuto per visitare e raccogliere le olive in una loro terra adiacente alla colonia di Nokdim. Ci hanno spiegato che da dieci anni gli è vietato recarsi a coltivarla. Tuttavia hanno un documento in ebraico del 17 giugno 2010 che ne certifica la proprietà. E’ l’alba a Jeeb el Theeb e dodici uomini di questa famiglia, giovani ragazzi e anziani signori, ci vengono a prendere con due auto e un service; videocamera e macchine fotografiche al seguito, siamo pronti a metterci in gioco per dare una mano a queste persone.

Quando arriviamo, a differenza delle altre volte in cui una certa distanza ci separava dalle colonie, questa volta il paesaggio che si presenta ai nostri occhi è questo: di fronte a noi l’ingresso della colonia costituito da un lungo cancello giallo con alle spalle diversi guardiani  armati, attraverso il quale passano di continuo coloni in auto che ci guardano interdetti. Al lato del cancello e del recinto si trovano invece gli alberi d’ulivo dei nostri amici secchi e incolti, mentre poco lontano vi è un grande outpost nel quale compaiono anche tre abitazioni definitive.

Ci avviciniamo ai guardiani affermando che siamo li per raccogliere le olive della terra dei nostri amici, mostrando loro il documento in ebraico prima descritto. Il colono ci chiede: “E’ per questo che siete venuti in Israele?” E a cui rispondiamo: “Non siamo in Israele!” Durante quest’operazione ci viene propinata la solita filastrocca: “questa è la nostra terra e non è possibile entrarvi perche’ è una zona militare chiusa usata per esercitazioni”. Nel frattempo arriva un colono in moto che si innervosisce talmente per la nostra presenza che gli incomincia a tremare il labbro e afferma: “I asked him if I can shoot you” (Gli ho chiesto se posso spararvi).

Poco dopo un colono in auto, abbassando  il finestrino, si  rivolge a noi. E’ molto interessato a conversare e infatti ci chiede il numero di telefono per fissare un appuntamento. Si capisce che ci vede come ingenui europei e vuole illuminarci su  quella che a suo avviso è una realtà che non possiamo conoscere. Mentre parla fa riferimento più volte genericamente agli Arabi. Sottolineamo che nel caso specifico è di  Palestinesi che si sta parlando. Poi prosegue: “Non capiscono che ho deciso di vivere qui  perche’ questa è la terra dei miei antenati. Voi non sapete di che state parlando, venite dall’Italia e non parlate nemmeno arabo. Io invece conosco degli arabi. Spesso vado a casa loro per  prendere il caffe'”. A questo punto noi obiettiamo: “Però vivi sulla loro terra e inoltre lo Stato di Israele utilizza violenza, armi ed esercito contro i Palestinesi.” Fine della discussione, il colono innecsca la prima e va via. E’ evidente che non ha argomenti per rispondere.

Stanchi di aspettare l’autorizzazione per accedere alle terre, dopo esserci messi d’accordo con i palestinesi  ci dirigiamo ugualmente verso gli ulivi, ma proprio in quel momento arriva l’esercito. Tre di noi sono quasi subito fermati, mentre gli altri procedono noncuranti verso le piante insieme ai palestinesi.

Mentre stiamo camminando, si ferma una macchina con una famiglia di coloni che ci chiede dove siamo diretti e ci dicono con fare sarcastico e sardonico: “ok…non credo troverete molte olive, ma comunque…buona fortuna”, frase che è stata ripetuta più volte anche dai guardiani privati.

Arrivati vicino alle piante, ci rendiamo subito conto che le olive sono poche, ma ci diamo comunque da fare per indiviuduarle. Niente da fare! L’esercito ci ferma e ci intima più volte di tornare indietro se non vogliamo passare la notte in cella. Cerchiamo di restare quanto più possibile, ma quando i nostri amici palestinesi ci suggeriscono di tornare indietro, desistiamo mentre loro continuano a parlare con l’esercito e a cercare di contrattare. Dopo poco però sono costretti a tornare: il più anziano ci mostra visibilmente commosso e amareggiato una manciata di olive, le uniche che sono  riusciti a raccogliere; le uniche rimaste. Tuttavia non  tutti gli sforzi sono stati vani, infatti i soldati hanno comunicato ai  Palestinesi che il documento di proprieta`mostrato potrà essere  riconosciuto come valido, solo se accompagnato dalla mappa catastale timbrata dall’autorità israeliana che indica con precisione l`ubicazione della terra.

Una volta riaccompagnati a casa offriamo loro thè e biscotti e continuiamo a conversare sull’accaduto. Prendiamo accordi per rivederci non appena ottenuto il timbro, pronti a sostenerli in quest’impresa caparbia e pacifica.

Pace, olive e fantasia.
Progetto raccogliendo la pace.

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