ICP 2010/Uncategorized

Report 1 Novembre

DonnaUn té alla menta

Vita sociale dei volontari a Zatara e Jeeb el Theeb.

L’arrivo del nostro gruppo di volontari dall’Italia nel piccolo villaggio palestinese di Zatara a metà ottobre ha provocato grande fermento e curiosità nella comunità locale. Dopo le difficoltà iniziali la proverbiale ospitalità araba di cui si sente spesso parlare ha superato ogni nostra aspettativa; tutti i  giorni i ragazzi ricevono visite sulla veranda mentre le ragazze sono invitate a casa di qualcuno per un té alla menta o alla salvia accompagnato da biscotti ai datteri o qualche altra leccornia palestinese.

La curiosità nei nostri confronti è evidente, ce ne rendiamo conto quando camminiamo per strada; le persone si affacciano dalle finestre sorridenti così come dai balconi  salutandoci in arabo col tradizionale “as salamu alaykum” o dicendo “hello!” I bambini poi sono incredibilmente amichevoli e vivaci. La nostra casa si affaccia sul ciglio della strada principale del villaggio, che studenti grandi e piccini percorrono per andare a scuola. I piccoli in particolare quando ci vedono esplodono in un tripudio di “hello”, “what’s your name” e “how are you” finché non ce ne andiamo.

Ahlan wa sahlan – il benvenuto delle donne palestinesi

Gli inviti che riceviamo provengono per la maggior parte dalle donne e quando andiamo insieme ai ragazzi nella casa di chi ci ha invitato in genere veniamo divisi, donne da una parte e uomini dall’altra; il paese è piccolo e piuttosto conservatore. Se in un primo momento questa segregazione ci lasciava un po’ interdetti, col passare dei giorni e con una maggiore esperienza in fatto di inviti e di etichetta palestinese noi ragazze del gruppo ci siamo rese conto di quale grande vantaggio sia essere donna e straniera in questa ristretta comunità; le signore del villaggio e le loro figlie sono contentissime di ospitarci, a volte riceviamo talmente tanti inviti in un solo pomeriggio che dobbiamo quasi tenere un’agenda degli incontri per evitare che si sovrappongano.

 

Quando entriamo nelle loro case ci accolgono con un misto di entusiasmo e curiosità. Veniamo fatte accomodare in salotto dove spesso non facciamo in tempo a sederci sul divano che sul tavolino compaiono come per magia -oltre al té- una miriade di dolcetti e biscotti . Altre volte invece  ci viene offerta direttamente la cena o ancora più comunemente le due cose si sovrappongono con buona pace della linea di noi ragazze… rifiutare è fuori questione, sarebbe estremamente scortese. Uno dei momenti di maggiore condivisione è stato quando le donne palestinesi ci hanno coinvolto nella preparazione di piatti tipici. È divertentissimo immergere le mani nell’impasto per il pane e modellarlo per ottenere un disco tondo che poi viene cotto nel giardino sul fuoco. Ci hanno insegnato inoltre a cucinare la maglouba: pollo, verdure, riso, patate e spezie sono cotti tutta nella stessa pentola. Alla fine della lunga preparazione usciamo dalla cucina orgogliose e trionfanti, portando un abbondante e gigantesco piatto unico che appoggiamo sul tavolo e mangiamo tutti insieme.

 

Nonostante le difficoltà di comunicazione dovute alla lingua riusciamo comunque a capirci il più delle volte e parliamo a lungo. Dopo le immancabili domande su stato civile ed età a cui segue lo stupore di scoprirci chi nubile oltre i 30 anni chi figlia unica e chi sposata ma senza figli, all’interno delle loro case al riparo da sguardi indiscreti donne e ragazze palestinesi si tolgono il velo e il soprabito che indossano anche col caldo, mostrandoci orgogliose  i loro splendidi capelli  e i loro vestiti alla moda.

 

A volte parliamo di argomenti frivoli  come il cantante del momento, ci mostrano le foto di feste di fidanzamento e matrimoni. Molto più spesso invece sono curiossissime di sapere se conosciamo i loro poeti e cosa pensiamo della loro religione. In diverse occasioni la conversazione è andata più in profondità, proprio lì dove ci sono i ricordi più dolorosi, lì dove fa  male.

 

Donne e ragazze ci hanno parlato dei loro mariti, figli, fratelli e cugini uccisi o mandati in prigione. Questi ultimi, se accusati di terrorismo o anche solo sospettati, sono sottoposti ad un regime carcerario durissimo in cui spesso non sono concesse né visite né telefonate e così la persona cara che fino a poco tempo fa era padre e fratello, marito e cugino diventa una foto sbiadita e mesta appesa ad una parete di una accogliente casa palestinese.

 

Due chiacchiere e quattro accordi in veranda

Se per le donne è stato inizialmente piu semplice inserirsi nella vita del villaggio, per noi maschietti i risultati sono arrivati più lentamente. Infatti la facilità con cui le ragazze hanno intessuto da subito buone relazioni è dovuta principalmente al fatto che, in quest’area, sono le donne in genere a parlare meglio inglese.

 

All’inizio le nostre difficoltà portavano all’isolamento ma,  col passare del tempo, e il migliorarsi delle nostre capacità comunicative e gestuali, la nostra casa e divenuta un crocevia di visite, saluti e simposii improvvisati, facilitati dalla nostra chitarra acustica.

 

Se infatti si deve descrivere una sorta di differenza tra le relazioni tra donne e quelle tra uomini, qui a Zatara, si può dire che, paradossalmente, dato il ruolo tradizionale della donna araba, signora della casa, mentre le ragazze fanno visita nei focolari delle signore del posto, noi riceviamo sulla veranda di casa nostra.

 

Le prime conoscenze extra lavorative che abbiamo avuto sono avvenute con dei muratori, alle prese con la costruzione della loro stessa casa, proprio davanti alla nostra. Una mattina, all’improvviso, con nostro vivo piacere, siamo stati invitati a prendere il caffè. Durante questo rituale, comune alle nostre culture, è stato davvero piacevole osservare gli occhi pieni di orgoglio di questa umile gente mentre ci raccontava  progetti edili, tempi di lavoro, costi di costruzione, e la fierezza di  uomini che costruiscono la propria casa. Il caffè è stato il giorno dopo ricambiato da parte nostra con l’offerta di uno spuntino. Questo ha un po’ rotto gli schemi: sembrava infatti strano, per i costumi locali, che fossimo noi stranieri a prendere l’iniziativa di offrire cibo o bevande in segno di amicizia. E invece si è rivelata la mossa giusta!

 

Da quel momento e iniziato il crescendo di visite susseguitesi quotidianamente, con frequenza costante.Un po’ tutti i nostri vicini hanno cominciato finalmente a manifestare la loro curiosità: ogni giorno facce nuove si aggiungono agli ospiti abituali, e per noi questo è un risultato molto importante, dato che è la prima volta che questa gente si confronta con la presenza di internazionali.

 

Oltre agli adulti, ci fanno visita molti bambini, incantati dai quattro semplici accordi che tiriamo fuori dalla nostra chitarra. Alcuni insistono per suonarla, e, se manca la tecnica, l’entusiasmo c’è eccome! Se la musica è il linguaggio universale per eccellenza, chi sa se, tra qualche anno, qualcuno di questi ragazzi riuscirà a portare oltre il muro il proprio messaggio di pace..

 

Molto importante è, inoltre, la presenza di alcuni giovani ventenni, la cui conversazione risulta utile per comprendere le nascenti idee e convinzioni dei ragazzi che sono e saranno il futuro della Palestina.

 

In questo senso, particolare è il nostro sforzo di cercare di dare loro quante più spiegazioni esaustive possibili, quando richieste, e offrirgli una testimonianza del mondo esterno, che l’isolamento del luogo rende a volte incomprensibile.

 

In realtà sono le loro stesse testimonianze a correggere la nostra idea emancipata e un po ingenuamente romantica della Palestina e dei Palestinesi.

 

Pace, olive e fantasia

Progetto Raccogliendo la pace

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