ICP 2011/Uncategorized

21 ottobre – raccogliendo storie

Giovedì mattina eravamo nei terreni di S, esattamente sotto gli outpost che si stendono tra la colonia di Efrat e quella di Migdal Oz.
La presenza di internazionali era stata richiesta con forza perché in un villagio vicino, il giorno prima, c’era stato un episodio di violenza tra un colono ed una ragazza palestinese e si temevano ripercussioni sui contadini.


Oltre a noi, quindi, si sono uniti alla raccolta anche un gruppo di attivisti francesi ed un vero e proprio “esercito di raccoglitori”, in tutto 105, di origini anglosassoni e legati ad un’organizzazione di ispirazione cristiana.
Forse grazie alla presenza così consistente di internazionali, il lavoro si è svolto senza interruzioni esterne. Il contesto sereno ci ha consentito di entrare in contatto con i nostri accompagnatori e di raccogliere le loro storie, che riportiamo di seguito.
Abbiamo anche avuto il piacere di incontrare Michele Giorgio, giornalista del Manifesto e direttore di Nena News (www.nena-news.globalist.it), che ci ha contattati per scrivere, anche lui, la sua “storia” e riportare in un articolo la nostra esperienza.

Il giovane

La storia di M. è quella di un giovane palestinese che ha visto il suo futuro stravolto dall’occupazione. Di strada verso Betlemme per la consegna del progetto finale del primo anno di Università, venne fermato dai soldati israeliani  e arrestato. Le domande sono pressanti, spesso futili per porre in soggezione l’interlocutore. M. si mostra paziente, risponde in maniera pacata dinanzi alla richiesta del nome, nonostante il militare abbia in mano la sua carta d’identità; l’interrogatorio procede all’interno di una caserma coloniale, viene ammanettato ai polsi e alle caviglie, un cappio stringe il suo collo. Viene colpito numerose volte, sostiene due interrogatori, è ricoperto di insulti e illazioni: “Volevi colpire uno dei nostri?”. M. respira profondamente e affronta il soldato con intelligenza: “Non ho niente con me, come avrei potuto colpirlo, e per quale motivo poi?”. Gli viene sottoposto un documento redatto in ebraico, M. si rifiuta di firmarlo senza conoscerne il contenuto, molti di questi fogliacci autorizzano l’espropriazione dei beni dell’arrestato, l’occupazione che avanza con i suoi metodi subdoli. Il militare propone la presenza di un traduttore, M. chiede un documento scritto in arabo, non si fida. Il confronto si protrae sino al calar del sole, M. viene infine rilasciato intorno alle 22, abbandonato dalle autorità all’interno della colonia, fortunatamente è notte e per le strade non circola nessuno. Un telefono lungo la strada per avvertire la famiglia, il passaggio in macchina di un contadino per raggiungere la sua casa. M. ritorna finalmente a casa, ha perso l’anno accademico ma nella sua testa ha scelto diversamente: non più l’università, ma i Comitati Popolari di Resistenza, la scelta non-violenta per affrontare l’occupazione.

Il vecchio

Il nostro ospite, proprietario degli olivi, ci ha raccontato la sua storia. Una storia forte che si legge, oltre che dal racconto di una voce tremante, nelle mani sbiancate dal terrore, nel berretto che nasconde i capelli caduti per lo shock: nel 2002, in seguito al periodo di furia cieca degli israeliani in risposta alla seconda intifada, i militari irruppero nella sua casa a Betlemme, di notte, uccidendo tra le sue mani sua madre e suo fratello e ferendo gravemente la figlia dodicenne.
Con la città sotto assedio e l’interdizione data alle ambulanze di circolare e prestare soccorso, sono rimasti per diversi giorni con i corpi dei morti in via di decomposizione e con i feriti in attesa di cure.
Quest’uomo è come i suoi ulivi, con le radici ben attaccate alla terra, pieni di amore, olive a grappoli. Nutre un affetto incondizionato nei confronti degli italiani, che dopo l’accaduto hanno accolto e curato sua figlia.
Ma ancora adesso, ci dice, lui e la sua famiglia tremano di paura alla sola vista dei militari, anche se palestinesi.
Ci mostra i campi di suo cugino, poco sopra i suoi, subito a destra degli outpost e dei suoi fili eletrrici, a ridosso della strada che Israele ha costruito per mettere in comunicazione le due colonie, anche questa chiusa da fili e rialzata rispetto ai campi, a rimarcare la differenza gerarchica tra chi sta sopra e chi sta sotto.

Yallah zeituna!!

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