ICP 2011/Uncategorized

1 novembre – Una finestra su Hebron

A Hebron, in Shuada Street (la via fantasma), andiamo ad attendere i bambini all’uscita della scuola elementare. La scuola è circondata dalle abitazioni dei coloni israeliani, i quali spesso aggrediscono i giovanissimi studenti con sputi, insulti e lanci di pietre. Attivisti internazionali tentano di proteggere i bambini con la propria presenza, come fanno ad esempio i due volontari dell’associazione Christian Peacemaker Teams (CPT) che abbiamo incontrato. Lei, una pastora luterana in pensione e lui, un prete cattolico, ci hanno raccontato che sono soprattutto bambini e ragazzi a compiere atti violenti contro gli studenti palestinesi, davanti allo sguardo compiaciuto delle proprie famiglie. Anche gli insegnanti subiscono la violenza dei coloni e le loro intimidazioni, per questo motivo la scuola rimane spesso chiusa e il numero degli studenti iscritti si è quasi dimezzato rispetto ai 300 iniziali.

Poco dopo incontriamo H. nella sua abitazione. Ha quattro figli, una di loro frequenta la scuola elementare di Shuada Street e più volte si è trovata ad affrontare episodi di violenza, che H. ci racconta e ci mostra anche attraverso alcuni filmati.

Quando gli domandiamo da dove attingano il coraggio per recarsi ogni giorno a scuola, H. sottolinea che le famiglie attribuiscono un’importanza fondamentale all’istruzione, senza la quale i bambini diventerebbero “degli animali senza dignità”.

Proprio la dignità lo lega alla sua casa, più volte oggetto della violenza dei coloni. Questi, infatti, hanno occupato i terreni adiacenti alla sua abitazione, installando un outpost di case mobili che la sovrastano dominandola dall’alto.

H. ci racconta che nel corso degli anni ha subito numerose violazioni: i coloni gli hanno tagliato gli alberi del giardino, hanno avvelenato le riserve d’acqua, hanno reso impraticabili gli accessi alla casa… Ci mostra i fori di proiettile sui muri e sulla porta di casa e i segni delle violenze che ha subito lui stesso.

Tuttavia sarebbe impensabile abbandonare quella casa: “Ai miei figli, quando saranno grandi, voglio trasmettere che non ho mai rinunciato alla mia dignità, resistendo fino alla fine”.

Yallah zeituna!!

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