ICP 2011/Uncategorized

2 novembre – Una giornata occupata

Oggi siamo stati testimoni di molte realtà dell’occupazione, storie simili e diverse, raccolte seguendo la linea – a volte imponente, fisica e reale,  a volte tracciata dai lavori in corso –  del muro di separazione.

Iniziamo nei pressi di campi conosciuti, a Beit Jala, dove rispondiamo alla chiamata delle famiglie cristiane con cui abbiamo raccolto olive negli ultimi giorni : sulla strada camionette della polizia israeliana, più avanti soldati, avvocati e contadini, discussioni accese, sguardi sui campi,  una  mappa  che passa da una mano all’altra, le solite armi imbracciate da chi può, nella terra di chi, invece, non può. Ci sono avvocati dell’autorità palestinese e autorità israeliane.  Ci uniamo al folto gruppo, con le nostre telecamere e macchine fotografiche e seguiamo il corteo salendo per i campi. Si parla del tragitto del muro, della proprietà delle terre, di espropriazione illegittima, di accordi non rispettati. In questo punto gli israeliani vogliono riprendere la costruzione del muro, tagliando con una serie di tortuosi tornanti le terre di chi le ha coltivate da generazioni e ne possiede la proprietà. Ricordiamo le loro parole, un giorno di raccolta, “probabilmente questa sarà l’ultima volta…”. Dopo tanto discutere degli avvocati, dopo tante occhiate alla terra, alla mappa, ai certificati di proprietà, dopo l’insistenza degli attivisti sul rispetto delle leggi internazionali,  il militare “consulente legittimo della Samaria”, così come si è identificato, da il suo numero di fax per ricevere domande ed obiezioni. Si compromette a rispondere in sette giorni dopodichè, se le sue risposte non saranno soddisfacenti, i contadini avranno altri sette giorni per rivolgersi alla Corte, chiaramente israeliana…

Tornando sulla strada e andando verso la Green Line (il confine del ’67), la barriera ancora immaginaria comincia a farsi più reale, prima con la presenza di ruspe attive, poi con il muro in costruzione, che metro dopo metro strappa terra e speranza. Siamo ad Al Walaja, in una zona considerata dagli israeliani parte della Big Jerusalem, uno di quei villaggi da cui nel  ’48 la gente dovette fuggire, per finire poi nei campi profughi. Molti di loro tornarono nel ’67 occupando l’altro versante della valle e per questo furono vittime di arresti e di repressione. Un villaggio dove le case cadono una dopo l’altra sotto i colpi dei caterpillar israeliani, per far spazio al muro.
Dalla nostra posizione vediamo un altro villaggio, Al Melha , occupato totalmente dai coloni; di palestinese c’è rimasta solo la moschea, ma viene usata come night club per infastidire, provocare, dissacrare.

Seguiamo la linea del muro e ci troviamo nel villaggio Khallet Sakariya, tra il muro e la Green Line, un villaggio di 300 anime, circondato da settlements, vicinissimi, tra cui uno dei più grandi, Allon Shevut, parte di Gush Ezyon. Queste persone resistono nonostante le condizioni durissime, come la mancanza di acqua, rubata dai coloni, la costante minaccia – e spesso l’esecuzione – di demolizione delle case, la proibizione di costruire. A causa delle aggressioni dei settlers i bambini non sono potuti andare a scuola per 5 anni e, non potendo edificare, per lungo tempo la scuola è stata “tenuta in piedi” semplicemente appoggiando i mattoni, creando una situazione pericolosa per studenti e insegnanti. Le case nuove vengono costruite a ridosso dei muri di divisione dei campi, per nascondersi dai coloni, per non attirare la loro furia demolitrice, vivendo senza aria e senza luce, famiglie di una decina di persone in spazi angusti e insalubri.
Ultima tappa: il campo profughi di Aida, alle porte di Betlemme, un ghetto di 1 km2  dove vivono 5000 persone, costruito nel ’51 e popolato da profughi di diversi villaggi e zone della Palestina durante la Naqba. Dal 2002 su un lato della recinzione è stato costruito il muro, ora coloratissimo ed estremamente espressivo, pareti che trasudano colori e frasi, i loro sentimenti, il loro attaccamento alla terra, la volontà di tornare. Al di là del muro, la colonia di Gilo. I ragazzi del centro giovanile ci mostrano la scuola dell’UN, distrutta durante la seconda intifada e poi ricostruita: le finestre sono ora ferite nelle pareti, strette, per proteggere chi la frequenta. I soldati israeliani fanno spesso irruzione ad Aida, come in tutti i campi profughi, dove il malcontento generato dalla loro condizione rende gli abitanti del campo vittime delle paure e delle rappresaglie israeliane. Solo durante la seconda intifada più di 600 persone, per lo più giovani, furono arrestate.

Yallah zeituna!!!

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One thought on “2 novembre – Una giornata occupata

  1. Lacrime e olive, una giornata occupata…una delle idee dietro questa nostra esperienza è quella di distinguere i posti, le persone, le loro ferite raccontando “proprio loro”, persone e luoghi che dovrebbero diventare quasi vivibili da chi legge se riusciamo a cogliere, appunto a distinguere. Questi due racconti riescono nell’intento, fanno sentire la tragedia dell’occupazione vicina a chi legge. Eppoi c’è anche questo gioco di specchi con le foto, soprattutto quelle dei murales, che sono drammatici, e verissimi. Che distanza siderale da quegli altri murales che nella nostra visita a Hebron abbiamo visto sul muro che seapara la zona H1 dalla H2: lì i murales erano figli di di una rassegna di giovani artisti israeliani promossa dal governo israeliano, quello che abbiamo avuto modo di osservare meglio rappresentava una nave con innestate nella grafica delle grandi “Z”, a marcare il terreno per il sionismo occupante. Forse se un attento abitante palestinese non ce le avesse fatte notare, non le avremmo viste, tanto era anonimo il graffito nella sua stilizzazione, un segno sul muro che avrebbe potuto essere lì o altrove, non manifestava niente, non dimostrava se non l’assurdo post-it ideologico a ferire (ancora!) lo sguardo degli abitanti palestinesi. Invece, i murales di Aida sono urgenti, impellenti, figli della disperazione e necessari alla resistenza: quindi, artisticamente bellissimi, si distinguono, si impongono alla memoria e costituiscono una traccia che può mobilitare, può far conoscere. Può far immaginare la libertà.

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