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18 novembre – Mahmoud è fuori!

Potete immaginare la gioia che abbiamo provato, questa mattina, a vederlo entrare in casa dicendo “yallah shebab, let’s go to the demonstration!”, come ogni venerdì, come se nulla di importante fosse successo in quest’ultima settimana!

Abbiamo camminato fino all’ultimo negozio del villaggio, pioveva e faceva un gran freddo, Mahmoud si è fermato sotto il tendone giallo del negozio chiuso e ha detto “mi devo fermare qui, non posso avvicinarmi ai soldati insieme a voi”. Qualcosa in realtà è cambiato.

Questa sera siamo andati a casa sua, nella sua “camera palestinese”, per mangiare insieme e fumare l’arghile, e ci ha raccontato la sua storia:

i soldati si sono fatti spazio con spintoni e botte tra i manifestanti che tornavano indietro  verso il villaggio e lo hanno raggiunto alle spalle, preso al collo e quasi soffocato; lo hanno ammanettato mani e piedi, bendato e gettato nella camionetta.

Quando hanno disperso gli ultimi manifestanti sono entrati nella jeep ed hanno continuato a picchiarlo per tutto il tragitto, fino alla stazione di polizia dove gli hanno chiesto, come al solito, di firmare un foglio scritto in ebraico. Le minacce erano sempre quelle: “se non firmi non ti facciamo più uscire” o “continuiamo a picchiarti finché non firmi quel foglio”.

Mahmoud è stato tenuto un giorno intero bendato ed ammanettato in ginocchio per terra; ha i segni alle caviglie. Soldati di 17 o 18 anni lo picchiavano e lo calciavano. Ma si è rifiutato ed è stato portato in prigione, a Gush Etzion.

Nei giorni seguenti è stato interrogato diverse volte, chiuso in isolamento, poi in celle piccole e anguste con altri detenuti. Insieme a loro si è rifiutato di mangiare e di bere per due giorni per le condizioni in cui erano obbligati a stare, il cibo scarso, le finestre aperte di notte che lasciavano piovere nella cella. Ogni volta che i militari passavano per contarli dovevano inginocchiarsi e guardare a terra.

Intorno a sé ha visto persone che in carcere passeranno molti anni della loro vita, ammassati in stanze piccole e fredde, con un cortile di 7 metri per 10 per camminare durante l’ora d’aria, insieme ad altri 400 detenuti. Ha visto la loro abitudine e, forse, la loro rassegnazione.

Ma ha anche visto tanti, tanti bambini. Il settore 14 del carcere, ci ha detto, è interamente dedicato ai bambini sotto i 15 anni.
E’ stato portato in tribunale insieme ad uno di loro, che per paura o per far smettere le percosse ha firmato quel foglio scritto in ebraico. Così facendo ha confessato, senza saperlo, di aver usato bombe molotov contro le camionette, bloccato le strade alle vetture militari, lanciato sassi ai soldati e così via. Per molti bambini come lui una confessione simile significa almeno due mesi di prigione. A lui, che ha appena 13 anni, per compassione o palese insussistenza dei fatti, il giudice ha dato la possibilità di uscire dal carcere dietro pagamento di una cauzione di 7mila shekel, 1.400 euro. Ma la famiglia non può permettersi di pagarli e lui resterà dentro altri due mesi.

Mahmoud avrà una nuova udienza il 28 novembre. Fino a quella data preferisce tenersi alla larga dai soldati, almeno finchè il suo caso non sarà definitivamente chiuso. Poi, dice, tornerà a prendere parte alle manifestazioni come ha sempre fatto.

Nelle sue parole si sentiva una lieve eccitazione, un misto di gioia e di impazienza di poter finalmente raccontare agli amici la sua avventura durata, in fondo, solo una settimana. Però si sentiva anche il crescere di una consapevolezza, gli occhi aperti sui suoi compagni che sono ancora in carcere, sui bambini che non hanno colpe. Il senso della lotta non violenta a cui ha deciso di aderire con tutte le sue conseguenze.

Qualcosa, di sicuro, è cambiato.

Yallah zeituna!!!

Giulia e Dario

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