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25 novembre – Il racconto di un amico

Uscito dal carcere, M. ha deciso di raccontare la sua storia scrivendola. Queste sono le sue parole.

Mi chiamo M.
Ho 25 anni
Ho una speranza: la libertà

L’11 novembre i soldati mi hanno arrestato durante una manifestazione pacifica, ma in realtà mi hanno arrestato in molti modi.
Era la prima volta che arrestavano un ragazzo palestinese durante una manifestazione in questo modo. Non lo dico perché sono io, quello arrestato, ma perché dentro di me ho questo pensiero, questo sentimento. O forse sono riusciti ad occupare anche i miei sentimenti.
Lasciate che io inizi, lasciate che io esprima quel fuoco che ho dentro su questa pagina.

Ero in quella manifestazione l’11 novembre. Appena è terminata ci siamo incamminati verso il villaggio, eravamo a circa 20 metri dai soldati ed io ero alla testa del gruppo che tornava a casa. Qualcuno mi ha detto: “Attento M., vengono verso di te!”. Mi sono voltato e ho visto che i soldati correvano e spingevano la gente che camminava dietro di me, i soldati li spintonavano soltanto per arrivare a me ed arrestarmi. Ho visto più di 15 soldati che correvano e spintonavano la gente per arrestarmi!
Mi hanno raggiunto e mi hanno bloccato. Uno di loro mi ha bloccato la mano ed un altro mi ha afferrato al collo. Credetemi, quando mi ha afferrato ho creduto che stessi per morire.
Mi hanno ammanettato e bendato e a quel punto un soldato ha iniziato a picchiarmi. Gli ho chiesto: “Perché usi la violenza contro di me? Sono un essere umano come te e il mio sangue è come il tuo. Perché usi la violenza?”. Mi ha risposto: “Non parlare!”, allora mi sono chiesto cos’altro potevo fare.

Mi hanno messo nella camionetta israeliana e mi hanno portato alla stazione di polizia. Lì mi hanno lasciato sotto il sole per due ore e mi hanno ammanettato anche le caviglie. A quel punto mi hanno condotto in una stanza e un dottore mi ha domandato se ero ferito o malato. Gli ho risposto di si ed ha scritto quel che dicevo.
Poi mi hanno condotto da un’altra persona per l’interrogatorio; l’uomo ha acceso il registratore e la telecamera per riprendere le mie risposte ed ha iniziato chiedendomi perché avessi colpito il capitano israeliano. Gli ho risposto: “Non l’ho mai fatto”, lui ha replicato: “Dimmi di si e tornerai a casa”, ed io: “Ognuno può dire quello che vuole, anche il capitano”.
Allora mi ha chiesto perché avessi partecipato alla manifestazione con la bandiera palestinese. Non gli ho risposto ed ho dichiarato che sarei stato in silenzio finché non avessi avuto un avvocato. Mi ha detto: “Starai in prigione 8 giorni”. Gli ho risposto “Ok, meglio che dire di aver fatto qualcosa che in realtà non ho fatto”.

Mi hanno portato nella prigione di Gush Etzion, mi hanno messo in una stanza da solo, lasciandomi con le mani e le caviglie legate e gli occhi bendati. Dopo qualche ora hanno portato un altro ragazzo palestinese, eravamo in due in quella piccola stanza.
Mi hanno arrestato alle 2 del pomeriggio e sono rimasto senza cibo né acqua fino alle 10 del mattino dopo. A quel punto nella cella eravamo in 10 e ci hanno portato del cibo che, credetemi, non era sufficiente nemmeno per una sola persona. Ho proposto di fare lo sciopero della fame e non abbiamo mai mangiato.
Dato che ai soldati non interessava, abbiamo continuato per tre giorni e la notte del terzo giorno sono venuti per fare violenza su di noi e mettere sottosopra la stanza. Il quarto giorno sono tornati a chiederci che cosa volessimo. Abbiamo risposto che volevamo del cibo migliore, del tè, e che avevamo bisogno di vestiti perché faceva molto freddo. Ci hanno risposto: “Avrete il tè due volte al giorno e vi porteremo dei vestiti”.

Voglio aggiungere una cosa: in prigione ogni giorno contano i prigionieri 5 volte e quando lo fanno dobbiamo inginocchiarci a terra con le mani dietro la schiena, guardare a terra ed è proibito guardarli in faccia. Per me era la prima volta in prigione, non lo sapevo; quando sono venuti per contarci ho fatto come gli altri prigionieri ma quando i soldati erano vicini li ho guardati in faccia. Uno di loro mi ha ordinato di abbassare lo sguardo, gli ho detto: “Lascia che io ti guardi in faccia, magari possiamo trovare una soluzione, magari ci piacciamo…”. Mi ha spinto ed ha detto: “Non parlare!”.

Voglio tornare a parlare della nostra richiesta di tè, cibo e vestiti: hanno accettato di farci del tè e portarci dei vestiti ed hanno detto: “Per il cibo, vedremo”.
Un soldato ci ha fatto del tè per il pranzo ed ha messo il sale al posto dello zucchero. Così abbiamo chiamato il capitano e gli abbiamo chiesto: “Perché avete messo il sale nel tè? O bevete il tè salato?” Lui ha ordinato al soldato di farne un altro.
Il giorno dopo non avevano cambiato la razione di cibo, ci siamo chiesti che cosa fare e ne abbiamo mangiato un po’ ciascuno. Lo stesso soldato ci ha preparato il tè ma il capitano stavolta non era lì e, credetemi, ha rimesso il sale nel tè: sono stato il primo ad assaggiarlo. Ho detto al sodato: “Hai messo di nuovo il sale?” e lui: “Sei in un hotel o in prigione? Se vuoi lo bevi se non vuoi non lo bevi”. “Siamo in prigione, ma credimi, siamo più liberi di te, quindi non berremo”.
Ma uno di noi ha bevuto quel tè perché non c’è acqua da bere nella cella, l’unica acqua che c’è è quella del water; nella notte, quell’uomo si è sentito male e non riusciva a dormire, perché il sale nell’acqua può far bene se non si mangia, mentre il sale col tè fa molto male.

Sono rimasto 5 giorni nella prigione di Gush Etzion ed ogni giorno gli stessi problemi, le stesse cose. Il primo giorno ho chiesto che mi venisse data una medicina per il mal di testa, dopo che mi hanno tenuto per molto tempo sotto il sole. L’ho chiesta fin dal primo giorno ma per tutti i cinque giorni non si sono preoccupati di portarmene, nonostante io aspettassi e avessi speranza.

Se non avevo speranze, quando ero fuori, in prigione ho trovato la speranza rispetto all’occupazione. Tutto questo perché voglio la mia libertà, perché aspiro a vivere una vita felice, come altre persone in altri Paesi; perché voglio sognare di poter continuare la mia università o dormire anche solo una notte senza lacrime negli occhi; perché voglio che i miei figli vivano un’altra vita, in libertà, non come me.
Perché?
Perché siamo Palestinesi, siamo umani come tutte le altre persone in tutto il mondo.

Ma voglio continuare a raccontare la mia storia, per spegnere quel fuoco che ho nel cuore.
Mi hanno trasferito un un’altra prigione, Ofer. Prima di portarmi di fronte alla corte il mio legale mi ha spiegato che l’accusa contro di me era di aver colpito e spintonato il capitano. Ho sorriso ed il legale mi ha chiesto la ragione, ho risposto che i soldati, normalmente, sbarrano la strada facendo un cordone ed il capitano resta dietro di loro, a distanza. “Come sarei potuto arrivare a lui? Mi ucciderebbero, prima di arrivare a lui!”. Durante l’udienza i legali parlavano in ebraico ed un uomo traduceva per me; ho continuato a sorridere ed anche un soldato mi ha chiesto la ragione. Non ho risposto ed ho continuato ad ascoltare il traduttore.
La prima udienza si è conclusa senza risultato e mi hanno trattenuto nella prigione di Ofer per due giorni. Il giorno dopo avevo un’altra udienza, era giovedì. Mi hanno svegliato alle 6 del mattino e tenuto in una piccola stanza fino alle 2 del pomeriggio, con le manette ai polsi e alle caviglie. Alle 11 mi hanno portato un pezzo di pane e un pomodoro per pranzo; pensavo che non mi lasciassero ammanettato. Credetemi, ho mangiato con le mani e le caviglie legate.
Alle 2 mi hanno portato davanti alla corte, dove hanno consentito a scarcerarmi dietro il pagamento di una cauzione di 3000 shekel (600 euro). Ho detto che non li avevo e mi hanno risposto che sarei rimasto in prigione altri 4 mesi. Ho chiamato anche mio padre e gli ho detto della cauzione, mi ha risposto che non poteva pagare. Sapevo che non aveva tutti quei soldi, ma ho provato comunque perché la mia condizione in prigione, sotto le percosse, era davvero difficile. Mi ha detto che avrebbe provato a cercare i soldi.
Non so dove li abbia trovati, ma abbiamo pagato e sono uscito di prigione.

Per concludere, vorrei parlare dei miei sentimenti.
In Palestina vogliamo solo la nostra libertà, vogliamo soltanto vivere una buona vita come in altri Paesi. Perché c’è questa occupazione in Palestina?
Sono cresciuto sotto l’occupazione: fin da quando sono nato ho cercato la mia libertà, come tutti gli altri palestinesi. Non ho mai pensato a come costruirò il mio futuro, perché non c’è futuro sotto occupazione, non c’è futuro se non c’è libertà.
Sono stato rinchiuso solo una settimana, ma c’è molta altra gente in prigione, come me e più a lungo di me. Sicuro, hanno dei problemi.
Chi può dirmi quando sarò libero? Cerco una risposta, ma da quando sono nato non l’ho ancora trovata.

Ora, dopo che sono stato in prigione per una settimana ed ho pagato 3000 shekel, non posso più andare alle manifestazioni del venerdì, perché al processo mi hanno detto che se mi troveranno a partecipare mi arresteranno per molto tempo e dovrò pagare molti soldi.
Pensate che me ne starò a casa a guardare le altre persone che vanno a manifestare?
No, non lo farò mai, ma se andrò devo stare attento. E comunque, se anche starò attento, questa è occupazione.
Sapete, forse se mi arrestano un’altra volta mi proibiranno di parlare. Davvero, non so cosa farei.
Ci penso così tanto, prima di andare a dormire, appena mi sveglio, quando mangio e quando bevo!
Continuerò a cercare la mia libertà e la libertà per la Palestina, e quel che succederà, succederà!
In fondo, la Palestina è la Palestina e ci sono molte altre persone come me e che hanno più problemi di me.
Ma questa è la mia storia di una settimana. Ci sono molti prigionieri che devono restare molto tempo.
Come sarebbe se stessi più a lungo? Com’è la vita dei nostri prigionieri?

Yallah zeituna!!!

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3 thoughts on “25 novembre – Il racconto di un amico

  1. i soldati israeliani dal resoconto del giovane, si comportano come delle “SS” durante la prigionia degli ebrei nei diversi Lager e poi da come ci é stata tramandata questa versione..

    • Prima di tutto, occorre sentire anche gli altri, l'”altra parte”, questa è la prassi da seguire, e onestamente di equilibrio informativo qui non ne vedo tanto. La violenza è sempre condannabile, da qualunque parte provenga…così come è condannabile la disinformazione che viene fatta in questo sito. Nulla si dice delle sofferenze degli israelieni, di cui evidentemente poco vi importa. Mai letto nulla su quei criminali che si facevano chiamare kamikaze e che riducevano a brandselli i corpi della gente. Nè nulla si dice del fatto che ancora oggi sia Hamas che l’ANP instillano dai loro mezzi di comunicazione il peggior antisemitismo, nè si vanno a condannare i razzi che colpiscono le città israeliene e che non fanno un numero maggiiore di morti sia per l’imperizia di chi li costruisce che per la pressione militare su quella banda di criminali a nome HAMAS. O forse la sofferenza di quel palestinese (che io rispetto, ha pure lui diritto alla sua vita e libertà) è superiore e più da tenere in conto rispetto a quella degli abitanti di Sderot, che ogni giorno sono esposti a pericoli e al rischio di non tornare a casa? O quelli che vedete qui sono i botti della festa? http://www.youtube.com/watch?v=KM-Qta_NBhE&feature=player_embedded#! Tutti noi vogliamo la pace, e anche io, cattolico, prego per questo, per due popoli e due stati. Ma una VERA pace si costruisce a partire dalla verità, e non dalle parole in libertà di chi accosta le vittime del nazismo ai nazisti stessi, senza ALCUN argomento (sfido chiunque a esibire una “soluzione finale” per i palestinesi, o a dimostrare che le prigioni – in cui ogni paese rinchiude chi attenta alla sua sicurezza – siano dei campi di concentramento e di sterminio, magari con le camere a gas). La pace si costruisce con l’obiettività, riconoscendo anche la sofferenza dell’altro, non avventurandosi in falsità sturiche sula fondazione (giusta) di quello stato e non confondendo “resistenza” con TERRORISMO, come troppo spesso si fa in Italia per questo tema.

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