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28 novembre – Udienza al carcere di Ofer

Ofer si trova nella periferia sud di Ramallah, a Beitunia. Costituisce uno dei più importanti terminal di transito e controllo commerciale tra la West Bank e Israele, oltre ad includere nell’area militare una prigione ed un tribunale militare. Ho accompagnato M. ad Ofer per una delle udienze per l’accusa di aggressione al capitano dei soldati durante la manifestazione dello scorso 11 novembre.

Attraversiamo un primo checkpoint con tre tornelli, il metal detector per i bagagli ed il controllo del documento. Camminiamo per circa 500 metri, accanto a noi i camion immobili attendono in fila per il controllo del carico: ci sono autocisterne, alcuni trasportano materiale edile, uno è pieno di capi di bestiame, mucche.

Dopo un passaggio stretto tra una rete metallica ed un muro di cemento alto 4 metri arriviamo sotto una tettoia di metallo, una trentina di persone aspettano dietro un cancello, da un’altoparlante gracchiano i nomi delle persone che attendono; dietro un vetro blindato un soldato comanda la gente in fila, la indirizza sotto il metal detector, trattiene i documenti. Un altro comanda tre cancelli e quattro tornelli che le persone in fila, pazientemente, aspettano di poter attraversare per accedere al carcere.

È mezzogiorno, veniamo avvisati dall’altoparlante che fino all’una e mezza nessuno potrà avere accesso alla struttura. C’è chi impreca a voce alta, chi si mette a sedere. I più non trattengono un’espressione di impotente rassegnazione. Accanto a noi un uomo tira, forse, un breve sospiro di sollievo, un uomo con una borsa in mano. Quell’uomo, mi ha spiegato M., sta per entrare in prigione per rimanerci un mese, ed ha già pagato una somma di denaro alle autorità. Non mi spiega la ragione, o forse non la sa. Accediamo alla struttura dopo aver passato altri due controlli “di sicurezza” e ci ritroviamo in un altro piazzale circondato da reti metalliche, con le panchine lungo i bordi ed una trentina di persone che attendono. “Siamo in prigione” mi dice M. Adesso dobbiamo aspettare di essere chiamati per l’udienza.

Dopo mezz’ora circa un uomo si avvicina a noi dall’altro lato della rete “Lui è il mio legale”, mi sussurra M. Parlando metà in inglese e metà in arabo l’uomo spiega a M. che ha due opzioni: può finire oggi stesso la faccenda e tornare a casa senza dover più tornare, oppure può proseguire il percorso giudiziario ed arrivare al processo per tentare di dimostrare la sua innocenza: questo gli comporterà di dover tornare molte altre volte a Ofer (distante circa un’ora e mezza di auto dal villaggio di Al Ma’sara), di dover continuare a pagare altre cauzioni e spese, senza avere comunque la certezza di far valere la propria posizione. M. è un po’ perplesso, guarda negli occhi il legale che gli ripete i punti salienti, gli chiede un parere ma l’avvocato non si pronuncia ulteriormente, gli lascia la scelta. Dice: “Ok, voglio finire subito”. L’avvocato annuisce, dice che tornerà dopo.

Ho chiesto a M. che cosa lo ha spinto a fare quella scelta, lui mi ha confessato di non aver capito molto bene tutte le parole dell’avvocato, ma mi ha spiegato che la sua decisione è stata spinta soprattutto dal desiderio di viaggiare, di poter andare in Italia a gennaio per diffondere il lavoro dei Comitati e di poter andare in Francia a trovare la sua fidanzata e futura moglie. Non mi sono sentito di insistere, né di riprendere il discorso. Non gli ho esplicitato che secondo me, nelle parole dell’avvocato, c’era una clausola sottintesa nel “finire subito”, che lo avrebbe fatto uscire dall’aula in fretta, ma forse non a testa alta.

D’altra parte anche lui non ci stava più pensando: piuttosto, era molto preoccupato di poter trovare una soluzione per Odei, l’amico che è ancora rinchiuso. Mentre parlavamo col legale, M. gli aveva chiesto a quanto ammontasse la cauzione per il suo rilascio e l’avvocato gli ha risposto “sette e mezzo”, aggiungendo che non era poi tanto male per la sua condizione. Una cauzione di 7.500 shekel a fronte (probabilmente) di sette mesi e mezzo di reclusione. M. da quel momento ha iniziato a ragionare su come trovare i soldi per tirare Odei fuori di là. Sembrava non gli interessasse affatto del modo in cui si sarebbe risolta la sua situazione, piuttosto era lanciato verso una grossa campagna di raccolta fondi per Odei.

L’avvocato si ripresenta alla rete, ci chiama per l’udienza. Si scambia due parole d’intesa con M. ed entriamo nella stanza prefabbricata che funge da aula di tribunale. In ebraico chiedono a M. le generalità e svolgono formule di rito. Un giovane militare che parla molto bene l’arabo fa da traduttore. Nella stanza ci sono altre cinque o sei persone, tra queste, ammanettato per mani e piedi, un ragazzo palestinese affiancato da una guardia. Si scambia sguardi di intesa con M., si riconoscono, ma a quel punto i soldati se ne accorgono e lo fanno accompagnare fuori dall’aula. Esce trascinando le catene che ha ai piedi, il rumore metallico sembra già di per sé una condanna; con lui esce anche il traduttore. L’udienza va avanti in modo molto confuso: sempre in ebraico vengono elencate le accuse a carico di M. ma il nuovo traduttore è visibilmente impacciato, non trova le parole, si volta e sembra cercare appoggio dal suo collega assente, gli fanno dei gesti per farlo continuare. Comunque M. capisce molto bene quello che gli viene detto: che ha colpito il capitano dei soldati durante la manifestazione, che lo ha spintonato e che aveva in mano una bandiera palestinese. Sorride e accenna dei “no” con la testa, mentre il giudice lo squadra dalla sua posizione rialzata, con un sorriso. La confusione cresce, l’avvocato si avvicina a M. e gli sussurra qualche cosa da vicino. Nel frattempo anche l’altro traduttore è rientrato, nota il sorriso di M. e gli chiede spiegazioni. Mentre la situazione nell’aula torna tranquilla viene iniziato un nuovo verbale. A questo punto M. è seduto proteso in avanti per ascoltare, non interviene e osserva quello che succede.

Dopo cinque minuti siamo fuori dall’aula. M. ha in mano un foglio e l’avvocato si avvicina a noi, capisco meglio come sono andate le cose: avevano dato a M. la possibilità di terminare la procedura confessando quelle azioni, ed avrebbe dovuto pagare una nuova cauzione di 2.000 shekel. Ma lui non ha potuto trattenere il suo completo rifiuto per quelle accuse, e nemmeno era sua intenzione trattenersi; non avrebbe mai accettato di andare via così. Sul foglio c’era scritto che il prossimo 26 dicembre ci sarà una nuova udienza in cui verrà ascoltata la deposizione del capitano dei soldati di turno alla manifestazione, colui che ha sporto denuncia, alla presenza di tre giudici. Il prossimo 2 gennaio, invece, una nuova udienza è stata fissata per ascoltare la deposizione di M. di fronte alla stessa giuria.

Ci siamo seduti sulle panchine, rientrati nella gabbia a cielo aperto, e M. mi chiedeva come poter risolvere la questione di Odei. Mi sono sentito spiazzato, come se non avesse pensato ad altro per tutto il tempo. Mi ha detto che quel ragazzo seduto nell’aula, ammanettato ai polsi e alle caviglie, era in cella con lui gli ultimi due giorni di reclusione e gli aveva chiesto come stava. Poi mi ha spiegato che quando il primo traduttore gli si è avvicinato per chiedergli perché rideva, gli ha risposto che tutto quello che dicevano era falso, che non aveva fatto niente di tutto ciò. Eccetto, ha aggiunto dopo, tenere la bandiera palestinese alla manifestazione. Me lo diceva ridendo, poi ha chiesto se era un reato portare la bandiera palestinese ad una manifestazione contro l’occupazione.

Siamo rimasti ancora in quel cortile ad attendere che l’avvocato uscisse dall’ultima udienza: stava cercando di far rilasciare due ragazze di Yatta, un villaggio a sud di Hebron, che erano state arrestate dopo che la loro casa era stata demolita dai bulldozer israeliani, e che avevano anche dovuto pagare una cauzione. Siamo rimasti ad aspettare l’avvocato per avere da lui il documento per il rilascio di Odei; quando siamo partiti era già buio.

Yallah zeituna!!!

Dario Gentili

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