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11 dicembre – “Chi è uno Shahid?”

“Chi è uno shahid?” chiedo questa mattina ad un amico andando a Nabi Saleh, un piccolo villaggio poco distante da Ramallah al quale l’occupazione ha portato via la terra, le risorse d’acqua e, ieri mattina, anche una vita.

“Uno shahid è qualcuno che muore mentre combatte contro l’occupazione” mi risponde l’amico. Un martire, non è una persona che muore e basta. Non è una persona che muore per cause “naturali”: un martire, innanzi tutto, è una vittima.

Una vittima di un gioco di prepotenza nel quale solo chi ha le armi più sofisticate – o meglio, solo chi ha le armi – vince le battaglie. Il gioco di prepotenza, in questo caso, si chiama occupazione. Le regole del gioco non sono mai state chiarite: si intrecciano e si annodano tra loro le leggi dell’impero turco-ottomano, del Regno Hashemita di Giordania, dello stato Israeliano, le leggi bibliche, del Corano e del Vangelo, ma vengono applicate a piacimento e sempre in modo arbitrario. Poi, come in tutti i giochi, ci sono delle regole che non bisognerebbe nemmeno ripetere, tipo “essere leali”: in questo caso si chiamano Diritto Internazionale ma, anche a ripeterle, non serve a niente. In questo gioco non c’è scacchiera, perché le linee e gli spazi vengono costantemente spostati e ridisegnati dal più forte: zone di controllo militare, aree a statuto speciale, zone soggette ad amministrazioni multiple.

L’occupazione è un gioco impari che strappa terre alle persone che le lavorano, abbatte le case alle persone che ci vivono, si impadronisce in modo inappellabile delle risorse della terra, per mettere al loro posto un “quartiere” per fondamentalisti religiosi o uno zoo per i loro figli, e potergli annaffiare il giardino. Decreta che puoi percorrere certe strade solo se credi in un certo dio, altrimenti per te c’è un cancello di ferro e un groviglio di filo spinato; che un muro di cemento alto nove metri o una rete elettrificata ti separeranno dai tuoi olivi, dalla tomba di tua madre, dal villaggio dove vive tua sorella, dalla scuola di tuo figlio,… e per entrare e uscire da casa tua dovrai mostrare i documenti a un soldato di 18 anni, passando tre tornelli sotto un tunnel.

Un martire, in secondo luogo, muore per degli ideali e dei principi. Muore combattendo per quegli ideali. “C’è un senso religioso, per la parola martire – prosegue l’amico – ma qui soprattutto c’è un senso nazionale”. Così uno shahid, un martire, muore perché combatte contro l’occupazione, muore perché difende una terra, una casa e una scuola, per potersi riunire con gli amici e i parenti, e per pregare dove vuole. Nel gioco impari, però, i soldatini non sono di piombo ma hanno le armi vere, e le usano anche.

Di fronte ai soldati veri, chi li combatte non ha a disposizione elicotteri, camionette blindate o bulldozer, né bombe sonore, gas lacrimogeni, proiettili di piombo e gomma, né armi alcune. Per questo la battaglia si combatte con le bandiere e gli slogan, si combatte con la politica, l’informazione e coi sassi, si combatte con le parole. Si è scelto, forse per evidente disparità, di combattere con i mille gradi della nonviolenza, e sta a ognuno posizionarsi dove vuole nel ventaglio delle scelte possibili.

Mustafa Tamimi è un martire perché combatteva a mani nude o coi sassi, e tanto con l’informazione e l’amicizia, contro l’occupazione del suo villaggio. Non aveva in mano un estintore, quando si è avvicinato a quella camionetta, ma gli hanno sparato un lacrimogeno nell’occhio destro.

Un martire, in fondo, è una vittima dei suoi ideali.

Un corteo di auto di qualche chilometro ha seguito il suo corpo da Ramallah fino a Nabi Saleh. Lungo la strada i soldati israeliani erano appostati a osservare dall’alto la colonna sulla strada, altri preparavano le camionette coi gas lacrimogeni per il “finale”. Nemmeno un’auto di settlers percorreva stamattina quel tratto di strada appena sotto la colonia, sempre trafficato. C’erano almeno un migliaio di persone affollate nel piccolo villaggio, nelle strade strette, fuori e dentro la moschea e sotto gli alberi del cimitero. Tra loro molti ragazzi venivano dall’altro lato del muro, ragazzi israeliani che avevo già incontrato in altre manifestazioni o con cui avevo raccolto le olive a Nablus. Tutti amici di Mustafa. Tutti “free riders” nel gioco complesso dell’occupazione, che hanno scelto di combattere al fianco degli abitanti dei villaggi palestinesi e che, a volte, ne pagano essi stessi le spese. Come ne pagano le spese gli amici che vangono da più lontano, gli internazionali. Anche tra loro, a volte, ci sono shahid.

Ma in quanto vittima dei suoi ideali, un martire non è solo. Un martire è tale solo perché ci sono altri accanto a lui che combattono la stessa lotta, condividono gli stessi principi e riconoscono nella sua morte il sacrificio di qualcuno che ha lottato fino in fondo per un ideale comune: un martire non è una persona che muore e basta. E sebbene perda una battaglia in un gioco impari è perché forse, l’arma più efficace, non è in mano al più prepotente, ma in chi non ha niente in mano.

DG – Yalla zeituna!

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2 thoughts on “11 dicembre – “Chi è uno Shahid?”

  1. Voglio sforzarmi di lasciare da parte la rabbia che sento montare dentro di me mentre leggo,
    voglio sforzarmi di lasciare spazio solo alla mia commozione ed alla mia solidarieta’ per gli “amici” palestinesi.
    Che Iddio riesca ad aprire i cuori di tutti noi.

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