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21 Ottobre – Il soldato Falasha

 21 Ottobre – Il soldato Falasha

Vidi il mio primo soldato una mattina a Tel Aviv. Avevo la valigia in mano e cercavo uno Sherut. Non pensavo si vedessero in città, Imagealmeno, non in quella città turistica piena di grattacieli e di gente indaffarata.

Ho visto il suo mitra prima ancora di lui. Era grande e pesante, come a ricordare il peso dell’ingiustizia che porta con sé quello strumento. Desideravo da tempo un incontro cosi, ed ora eccomelo li, davanti a me. Cercavo paura nei suoi occhi, cercavo qualcosa in un ragazzo di diciotto anni capace di tenere un mitra in mano. Ma ho trovato deboli certezze ed ostentato disinteresse.

Li ho rivisti poi in gruppo, dei soldati, alla manifestazione del venerdì di Al Ma’sara. Correvano verso di noi per bloccare il corteo di protesta. Correvano e si tenevano per mano, per creare un cordone di schieramento. Erano diciottenni con i primi segni di barba in viso, con divise pesanti e pieni di armi, che si tenevano per mano, in riga, come i bambini della scuola. Inseguivano la folla a scatti come in un gioco conosciuto. Erano svogliati e volevano solo far passare in fretta quel paio d’ore, poco convinti di ciò che facevano.

Uno di loro era un Falasha, un ebreo etiope di quelli arrivati con l’operazione Salomon  nel 1991, uno di quelli costretti all’umiliante cerimonia di conversione “all’ebraismo ortodosso” a causa dei loro riti troppo lontani dal modello russo o polacco. Una delle popolazioni più discriminate nel variopinto contesto israeliano.  Studiano poco i Falasha, parlano a malapena l’ebraico e trovano lavoro difficilmente. Vivono nei ghetti di periferia delle città israeliane ed hanno solo voglia di riscattarsi. Arrivano a diciotto anni e lo Stato gli regala un’arma, una divisa e la possibilità di amalgamarsi agli altri ebrei, quelli da prendere a “modello”.

Era giovane quel soldato e un bambino palestinese gli girava intorno, sventolandogli  in viso la bandiera palestinese. Non reagiva il soldato, ma il ragazzo rinchiuso in lui si rivoltava. Lo sguardo era fisso sul bimbo, con quella rabbia sopita di chi ne ha vissute tante di discriminazioni, ma che cede a chi più l’ha discriminato. Fa il suo gioco, il soldato, servendo uno Stato che li ha voluti solo per aggiungere una pedina in più al sistema d’occupazione e che rispedisce i Falasha in Etiopia per evitare scontri con neonazi israeliani, solo per raggiungere un gradino più alto nella scala del potere e che obbedisce agli ordini, a testa bassa.

Un bambino, povero, scampato ad una guerra che si ritrova adesso dalla parte opposta della barricata. Non ha il coraggio di dire no, pero, di ribellarsi ma sorride al bimbo, quasi a dire: vorrei ma non posso. Vuole riscattarsi, ma non sa che si ingarbuglia in una lotta tra poveri, in questa terra di prevaricazioni infinite ed insensate contro chiunque non rispecchi il modello askenazita e sionista.

Stefania

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