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25 Ottobre – Il virus Nabi Saleh

Quando arrivi in Palestina per la prima volta e tocchi con mano le diverse realtà che la caratterizzano,  si ha come la sensazione che i tuoi occhi non possano vedere di peggio e così pensi “oggi è davvero  troppo, posso vedere qualcosa di ancora più crudele?”

E’ la prima domanda che ci siamo fatti ad esempio quando siamo stati ad Hebron, mentre percorrevamo quella strada deserta, circondata da negozi chiusi da un grande lucchetto, una strada che credi sia il simbolo della follia umana. E’ la domanda che ci siamo fatti durante le manifestazioni a cui abbiamo partecipato, quando davanti ai nostri occhi i soldati agivano con una crudeltà inaudita spietata.

Dopo quasi una settimana di “tour dell’orrore” ingenuamente abbiamo pensato che avevamo davvero visto abbastanza. Invece no. Per cambiare immediatamente idea dovevamo mettere piede a Nabi Saleh, dovevamo andare  per capire che qui la crudeltà non solo non ha limiti,  ma non è mai abbastanza.

Nabi Saleh è un piccolo villaggio della West bank di 600 abitanti quasi tutti alla famiglia Tamimi.

Dal 1976 i coloni hanno cominciato ad espandersi conquistando sempre più terre ed espandendo velocemente le loro colonie, queste ultime condannate come illegali verranno successivamente autorizzate da un nuovo governo israeliano.

Nella campagna di Nabi Saleh vi è una fonte di irrigazione agricola (di acqua non potabile) che nel 2009 è stata bloccata da alcuni coloni fanatici che hanno impedito l’accesso agli abitanti del villaggio dichiarandola una fonte sacra.

Da qui hanno avuto inizio le manifestazioni del venerdì. La zona del villaggio è considerata dall’occupazione israeliana un punto strategico per l’espansione dei due insediamenti illegali (Navi Zov e Hal Mish) .Il nome dell’insediamento “ Navi Zov”  è molto simile al nome del villaggio di Nabi Saleh: questa è una chiara strategia usata dai coloni per cancellare la memoria dei villaggi palestinesi sostituendosi a questi.

A raccontarcelo è Manal Tamimi,  una delle donne coraggiose che insieme alla sorella Nariman,  dal 2009 hanno un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle proteste.  Inoltre hanno fondato  una agenzia di stampa dove vengono  riportate tutte le notizie e le azioni portate avanti nel villaggio.

Mentre ascoltiamo il suo racconto seduti davanti ad una tazza di caffè nella sua casa, rimaniamo increduli di fronte al video che ci ha mostrato. Davanti a noi scorrono le immagini di bambini brutalmente arrestati, feriti dai proiettili di gomma , accecati dagli spray orticanti spruzzati dai soldati, costretti a fuggire come dei ladri dalle finestre delle loro case invase dai gas lacrimogeni. Ci rendiamo conto che le prime vittime di questa vergognosa occupazione sono proprio i bambini, che, per la paura,  dormono vestiti, pronti a scappare in caso di incursioni.

L’accanimento contro di loro a Nabi Saleh lascia tutti senza parole. Vediamo delle immagini in cui i soldati fanno irruzione nelle case identificando attraverso delle foto tutti i bambini che abbiamo più di dieci anni. L’intento di una simile azione  risulta  abbastanza chiaro: vogliono identificarli e terrorizzarli, vogliono frenarli prima ancora che possano  sviluppare una solida volontà di resistenza.

Manal ci spiega che un villaggio come Nabi Saleh viene considerato dall’esercito israeliano come un virus da stroncare con ogni mezzo per impedire il contagio ad altre zone dei territori occupati. Risulta chiaro come  soldati dell’esercito  non siano preparati ad affrontare una resistenza  popolare non  violenta, mettendo in atto una risposta  sproporzionata, quasi  si trattasse di un confronto  armato.

Mentre salutiamo la famiglia Tamimi non possiamo fare a meno di notare che la casa è adornata di vecchi candelotti e proiettili già esplosi, utilizzati dai militari per soffocare le proteste.

La madre ci spiega che questo serve ai bambini per esorcizzare la violenza dell’occupazione e vedere in quegli oggetti qualcosa di ormai inerte. Ciò non vuol dire accettare la normalizzazione dell’ occupazione, ma trasformare la paura in coraggio, perché il coraggio è un  mezzo necessario per garantire un futuro ai loro figli. Image

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