ICP 2012/Uncategorized

26 Ottobre – Raid notturni e foglie di menta

“Come, come! ” – Hanan ci invita a seguirla in casa per preparare il thè.

Siamo ad Hebron, alle spalle di Al Shuhada street, la via dell’ apartheid .Hanan, Hebron

Qui vicino c’è la casa di Hashem, dove pochi giorni fa hanno arrestato tre persone, ree soltanto di aver voluto essere di aiuto nel lavoro di raccolta delle olive, consentita ad Hashem – nel suo proprio campo – per la prima volta da cinque anni a questa parte.

Entriamo in casa con Hanan, e per un attimo dimentichiamo le brutte immagini di Al Shuhada, con i negozi arabi chiusi, le  finestre palestinesi che vi si affacciano  protette da reti per difendersi dal lancio di pietre dei coloni, dimentichiamo le scritte “Gas the Arabs” – tanto più sinistramente grottesche, dette da un popolo che ha conosciuto le camere a gas – dimentichiamo la presenza inquietante dei militari, che dovrebbero essere a tutela dell’ ordine e della legge, e che invece di fatto chiudono entrambi gli occhi sulle violenze dei coloni, garantendo loro di poter portare avanti le azioni di violenza e vandalismo nella più totale impunità.

La casa di Hanan è accogliente, e denota la presenza di bambini ancora piccoli – “nonostante sia ormai vecchia“, si schermisce lei. In realtà, ha 46 anni, non tanti più di me, ma è già nonna, e quando parla dei due nipoti, figli della figlia maggiore, le si illuminano gli occhi, come a tutte le nonne.

Come a casa mia, ci sono ovunque nel soggiorno foto dei ragazzi e composizioni di famiglia e, mentre aspettiamo che l’acqua bolla, con le foglie di menta già adagiate sul fondo dei bicchieri, lei ci parla di ognuno, dal primogenito, per il quale ha un debole, “perchè è proprio uguale a me”, fino all’ ultima nata, Rama, cinque anni ,che da grande vorrebbe fare il dottore; come mia mamma, Hanan conserva in una scatola la prima pagella – ottimo in tutte le materie,  sottolinea indicando col dito – , le foto della recita a scuola, quella della festa, con la coroncina di fiori sul capo, quella con i compagni di classe, etc.

Hanan ha fatto il primo anno di università, poi ha dovuto lasciare per difficoltà della famiglia, si è presto sposata, quindi i bambini….però, come mamma, è orgogliosa di aver, con grandi sacrifici, visto i costi proibitivi dell’ università, portato alla laurea due dei figli.

Tra aneddoti della loro infanzia e della vita familiare, per un momento ritrovi la sensazione di normalità che non hai in strada, e ti viene quasi da pensare che sia possibile lasciare l’occupazione fuori dalla porta. Dopo tanta tensione e tante brutture, vorremmo arrenderci a questa immagine di normalità, tra chiacchiere sui mariti e ricette di cucina, sul tavolo le prime bottiglie di olive in pezzi, lasciate a macerare.

Accanto c’è il Corano, che ad Hanan piace leggere.  L’inglese cerca di migliorarlo parlando con gli internazionali e attraverso la televisione, ci dice che le piacerebbe vedere se l’America è davvero bella come sembra in tv o se invece, se poi ci potesse andare davvero, sentirebbe nostalgia della Palestina, addirittura  della sua martoriata Hebron.

Conosce anche l’ ebraico, ma quando i soldati si presentano alla sua porta, a qualsiasi ora del giorno ma anche della notte, per i più svariati motivi o pretesti, lei fa finta di non comprenderlo, in modo da poter capire che cosa questi si dicano fra loro convinti di non essere intesi.

Questo -ci dice – le è stato utile in molte circostanze, per rendersi conto di cosa stesse succedendo o cosa avessero intenzione di fare: in un contesto come quello di Hebron, dove legalità è solo una parola, la violenza e la paura di perdere casa e terra una minaccia costante, le regole, i check point, i divieti, le forme di ghettizzazione cambiano da un giorno all’ altro, senza possibilità di individuarne a volte neppure un senso logico e una finalità (che non siano quelle, appunto, di creare spiazzamento e una situazione di provvisorietà e di totale incertezza), potersi prendere qualche vantaggio sull’ occupante ascoltando informazioni riservate può essere prezioso.

Mentre il profumo della menta si spande nell’aria, ripenso un attimo a quella che pensavo normalità familiare.

Ripenso anche a Rama, che da grande vuol fare il dottore: come tanti bambini, da che mondo è mondo è mondo, e a tutte le latitudini. Ma qui c’è anche il fatto di aver visto la mamma, che doveva essere portata per un’ emergenza in ospedale, dover aspettare e discutere con i soldati al check point, aspettando di poter passare.

“Sparatemi, ammazzatemi voi adesso, così la facciamo finita, tanto è quello che state facendo”, ci dice di aver gridato loro, presa dalla disperazione.

E mi viene in mente di aver letto che nell’ ultimo anno sono state molte le donne costrette a partorire al check point in attesa di poter passare, o che hanno dovuto affrontare complicazioni per il ritardo dell’ambulanza, che deve fare giri tortuosissimi a causa delle strade chiuse.

A proposito di ospedali,  l’anno scorso uno dei figli più piccoli in ospedale ci ha passato dieci giorni, a causa delle contusioni, dei colpi in testa, della ferita all’ occhio e del braccio rotto provocati da una delle non infrequenti e gratuite aggressioni da parte dei coloni, che lo hanno preso mentre giocava nello spiazzo davanti casa.

E a proposito di bambini: la moglie di Hashem ne ha persi due, di bambini,  perchè, quando le settlers sopra la sua casa si sono accorte della gravidanza, in entrambe le occasioni hanno trovato il modo di organizzare una spedizione punitiva, calci, pugni e violenza fino a provocarle un aborto.

No, decisamente la nostra pausa thè è solo un ritaglio minimo di normalità in un contesto che non ha niente di normale, e ben poco di umano.

Simona

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