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Al WALAJA, L’ALBERO DELLA RESISTENZA

Sembrava una gita in campagna. Al Walaja ci ha accolto così: un caffè con Ala’a e la sua famiglia, in una calda giornata di fine ottobre tra gli olivi.

Eppure il muro è ovunque, o quasi: questo villaggio di circa 3000 abitanti sarà praticamente accerchiato dal muro – quando questo sarà completato – e dalle colonie di Gilo e Har Gilo. “Prima del 1948 – ci racconta Ala’a – Al Walaja si trovava alle porte di Gerusalemme e vi abitavano più o meno 20.000 palestinesi. Fu completamente distrutta e da allora ci siamo rifugiati qui.” Infatti, dopo più di sessant’anni, come altri 5 milioni di persone, Ala’a e la sua famiglia sono ancora dei profughi. Ce lo conferma mostrandoci la carta d’identità dell’UNRWA, che permette ai suoi figli di frequentare le scuole delle Nazioni Unite. Ci mostra altri due documenti: il passaporto giordano e la “Jerusalem ID card”, necessaria per andare a lavorare. E’ un professore di matematica in una scuola superiore di Gerusalemme, dove si reca ogni giorno. “Mi ci vorrebbero dieci minuti, dato che Gerusalemme è proprio a due passi da qui. Ma a causa del muro il tragitto è di circa un’ora: devo attraversare Betlemme e passare per un check point”.

Il tracciato del muroEd eccolo, il muro. O meglio, il suo pezzo mancante. Da al Walaja alla Green Line la sua costruzione comporterà l’esproprio di ettari di uliveti. Il tracciato letteralmente squarcia i fertili terreni separandoli dal villaggio. La costruzione è iniziata nel 2007 per poi essere interrotta fino ad una settimana fa, quando l’esercito ha cominciato ad installare il filo spinato. Gli abitanti avevano subito tentato di resistere facendo ricorso alla Corte Suprema, ma nel 2009 questa l’ha respinto. Ogni venerdì qui avvengono delle manifestazioni non violente, come in tanti altri villaggi nelle aree C.

Tuttavia, c’è chi non demorde.

Salah Abu Ali, il proprietario dell'alberoLungo il percorso Jawad, il nostro accompagnatore, ci indica un albero di ulivo millenario, che resiste nel suo campo nonostante tutti i misfatti ai quali ha assistito. Salah Abu Ali, proprietario del terreno su cui sorge l’albero, ne va orgoglioso, nonostante anch’esso porti i segni dell’occupazione. “Prima del 1948 produceva circa 500 kg di olive, ma in seguito alla seconda Nakba – ovvero la costruzione del muro – se ne raccolgono quasi la metà a causa della deviazione dei corsi d’acqua. “Questa terra ci appartiene, non gliela daremo vinta come hanno fatto i nostri padri”

Anche Omar resiste. Il percorso chirurgico del muro passava sulla sua proprietà e lui è riuscito a far valere i suoi diritti di fronte alla Corte, ottenendo di salvare almeno la casa. In seguito ha rifiutato l’offerta di acquisto israeliana di 10 milioni di shekel – 2 milioni di euro -, costringendo le autorità a costruire un tunnel sotto il muro che gli permetterà di transitare verso il villaggio, ma di non accedere al territorio israeliano.

Una soluzione talmente assurda sulla quale ci interroghiamo ancora, mentre scriviamo, sul suo effettivo funzionamento. Ma soprattutto ci domandiamo se l’albero assisterà anche allo sgretolarsi di questo folle muro. 

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