ICP 2012/Uncategorized

Venerdì, giorno di festa

Venerdì  giorno di festa. Niente raccolta delle olive.

Ore 12 manifestazione ad Al-Ma’sara.  Si parte dal centro culturale Al-Shmoh.

All’ appuntamento si presentano i palestinesi del Popular Struggle Coordination Committee, gli attivisti israeliani provenienti da Tel-Aviv, alcuni membri del concilio delle chiese ecumeniche (come sta scritto sul loro bel  giubottino), qualche giornalista con videocamera e il nostro gruppetto di volontari.Non siamo in tanti (30-40), ma bandiere in mano, attraversiamo compatti le vie del paese per raggiungere la strada statale dove vogliamo gridare il nostro no all’occupazione e al Muro.

Molti abitanti di Al-Ma’sara ci guardano con indifferenza.
– Perché non vengono? – chiedo a Jawad.
– Hanno paura, non vogliono problemi, dicono che devono mantenere la famiglia; perderebbero il permesso per andare a lavorare a Gerusalemme.

–          E tu perché sei qui? – domando alla ragazza israeliana che mi cammina a lato.

–          Testimonio il mio dissenso contro l’occupazione, non tanto qui quanto tra i miei connazionali. Solo cambiando la società israeliana avremo la pace, perché i nostro governo non la vuole

Ecco i soldati, hanno già bloccato l’accesso alla strada, con i loro scudi ci impediscono di procedere, ma tutte le loro armi non fanno paura. Partono gli slogan, qualche spintone, li superiamo. Ci bloccano venti metri più avanti. La mischia è più serrata, lo scontro più concitato, resistiamo con il peso dei nostri corpi alla loro prepotenza.

Accanto a me una donna anziana con la sua abaya spinge anche lei sugli scudi dei militari.
E’ Um Aida, l’unica donna palestinese del corteo. Suo marito è stato ucciso mentre lavorava agli olivi da un cecchino israeliano, suo figlio è in prigione condannato a 27 anni perché ha partecipato alla seconda Intifada. Per lo stesso motivo la sua casa è stata demolita. Ora vive in una baracca senza elettricità con le tre nipotine. Eccole lì le tre bambina, giocano a palla di fronte ai soldati schierati.

Li osservo questi soldati, gli esecutori dell’occupazione; cerco nei loro occhi il tremolio del dubbio. Molti sono ragazzini che ci guardano stupiti, altri veterani dagli occhi di acciaio.

In arabo, in ebraico, in inglese gli uomini del comitato gridano loro i soprusi dell’occupazione, l’ingiustizia dell’apartheid.

Con incrollabile dignità,  ricordano che esiste la possibilità di una  pace e di una libertà condivise.

Maria Grazia.

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