ICP 2012/Uncategorized

La storia di B.

B. ha 29 anni, è nato nel campo profughi di Aida, ma le sue vicende lo hanno portato a uscire dalla Palestina.

Ha amici di ogni nazionalità e parla con disinvoltura l’italiano. Viaggia spesso, ma quando va all’estero non riesce a stare lì per più di qualche mese: non vede l’ora di tornarsene a casa sua, nella sua terra, dove gestisce, oltre al suo lavoro di piastrellista, un centro ricreativo/educativo per i bambini dell’Aida camp.

Ci chiede se vogliamo vedere dove abita e dal suo invito trapelano l’orgoglio di mostrarci la sua casa ma anche la voglia di una serata in compagnia e il desiderio di raccontarci e farci toccare con mano le angherie che subisce quotidianamente.

B. è costretto a vivere da solo: gli uliveti che appartengono alla sua famiglia sono stati tagliati fuori dalle zone controllate dalle autorità palestinesi dopo la costruzione del muro di Betlemme, iniziata nel 2002, e per non perderne la proprietà ha dovuto trasformare in casa uno dei box nei quali suo padre teneva i cavalli. Ora è lì che B. abita, mentre la sua famiglia vive al campo.

Il percorso per arrivare a casa sua prevede il passaggio attraverso tre check-point: il “terminal”- come viene eufemisticamente chiamato dai cartelli israeliani – di giorno deve avere la brutalità asettica dei luoghi in cui il sopruso diventa sistema e burocrazia: le cancellate e i tornelli che indirizzano verso passaggi obbligati, le telecamere che vigilano dall’alto, i soldati in guardiola. La notte, invece, gli conferisce un che di spettrale che lo rende illogico, quasi surreale. I militari non pretendono di controllare i nostri passaporti, si accontentano di farceli tirare fuori e ci lasciano passare.

Arriviamo dopo aver attraversato gli uliveti illuminati solo dalla luna piena: B. ci mostra la sua casa, la sua stanza col poster di Che Guevara e la bandiera comunista, ci offre delle merendine, prepara un narghilè e lo fa girare: “non fumo mai quando non sono in compagnia” – frase che suona triste come un’involontaria ammissione di solitudine, una crepa inavvertita nella maschera di sprezzante indipendenza che B si porta cucita addosso.

Ci accomodiamo in veranda per vedere un filmato, girato da lui, in cui scorrono le immagini di un’infanzia che, prima del muro, anche nel campo di Aida, riusciva ad avere una sua serenità, con la famiglia riunita per la raccolta delle olive. Ma ora la nonna è morta, dopo essere stata portata a braccia ai cancelli di uscita dal muro, a causa un ritardo nei soccorsi: “le ambulanze israeliane per i palestinesi non si muovono mentre quelle palestinesi qui non possono accedere senza autorizzazione perché è zona controllata dalle autorità israeliane”.

B. non li sopporta gli Israeliani, neanche gli attivisti che sposano la causa palestinese e si uniscono alle manifestazioni. Ci chiede “ma dove abitano questi attivisti? Abitano a Tel Aviv, dove l’acqua non manca mai, le case sono belle e curate e ognuno ha i suoi spazi. Da noi, al campo, l’acqua c’è una volta al mese e riempie un piccolo serbatoio che deve bastare per tutti. Anche quando fai sesso ti sentono tutti perché le case sono ammassate l’una sull’altra.”

B. non fa distinzioni e non può fare a meno, almeno così dice, di considerare gli Israeliani come i nemici. Gli Israeliani sono quelli che, durante la seconda Intifada, poggiavano le armi sul muro davanti casa sua per mirare verso il centro di Betlemme, che sparavano a caso sul campo uccidendo i suoi amici all’improvviso, senza una vera ragione, magari mentre erano in casa, e ci incalza di nuovo: “Voi lo sapete cosa vuol dire? Immaginate che noi siamo qui a chiacchierare e domani qualcuno vi venga a dire che uno di noi è morto”. Parla con una foga che, sotto la rabbia, tradisce il dolore.

G. gli risponde “Ma anche se fai l’Intifada e la vinci, poi non avrai un solo giorno di pace”. Ma B non ha esitazioni: “E chi la vuole, la pace?” No, B non vuole la pace, vuole la lotta, rivuole la sua terra, per intera. E anche se è evidente il circolo vizioso innescato da questa logica, dove trovare le parole per contraddirlo?

Chiara

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