ICP 2012/Uncategorized

Il frantoio

M. abita nella West Bank, a Bil’in, a 20 km dal mare. Può vederlo, può sentirne l’odore, ma non può toccarlo. Perchè è palestinese e ai palestinesi della West Bank è proibito andare al mare, in quanto non possono transitare per Israele.

M. è un membro del Popular Struggle Coordination Committe ed è l’ultimo relatore della conferenza tenutasi stamane al “Russian Cultural Center” di Betlemme. Il tema è quello dell’Occupazione dei Territori Palestinesi e l’evento è organizzato nell’ambito della “National Youth Week”, settimana dedicata alla sensibilizzazione politica dei giovani palestinesi in occasione dell’anniversario della morte di Yasser Arafat.

Appena entriamo nella sala conferenze ci accorgiamo di non essere soli: vediamo volti nordici, europei, africani, di ogni parte del mondo, tutti interessati alla stessa causa. Prima di M. parla una rappresentante del Women for Traditional Palestine, un esponenete dell’Applied Research Institute Jerusalem (ARIJ), l’ex parlamentare europeo Luisa Morgantini ed un membro del BADIL Research Center for Palestinian Resindency and Refugee Rights.

M. racconta delle umiliazioni quotidiane ai check point per entrare e uscire dal proprio villaggio, delle conseguenze pagate da coloro che non accettano le umiliazioni e di come sia convinto che l’unica soluzione allo stato attuale sia la lotta non violenta. Questo per consentire al mondo di non confondere mai le vittime con i carnefici.

Paradossale la risposta fornita dall’esponente del ARIJ in merito ad una domanda sulla costruzione del muro di separazione, considerando quest’ultimo come preferibile rispetto alle classiche “fence” (reti di divisione con filo spinato), in quanto sottrae meno spazio al territorio palestinese.

Dopo la conferenza ci spostiamo alla “Palestine Ahliya University” di Betlemme dove, sempre nell’ambito della National Youth Week, è prevista la celebrazione di un finto matrimonio tradizionale palestinese. L’università è in festa. In un primo momento non capiamo il significato della cerimonia ma, dopo un breve incontro con alcuni attivisti, il tutto ci è parso chiaro.

Il messaggio politico della cerimonia è infatti riaffermare le prorie tradizioni, i propri costumi, i propri canti in un contesto in cui Israele tenta di rivendicare come propria anche la cultura altrui.

La giornata prosegue con la visita in uno dei sei frantoi di Betlemme. Il frantoio è il luogo in cui finiscono le olive raccolte in queste settimane da migliaia di persone in Cisgiordania. Il proprietario ci spiega che l’olio qui prodotto viene commercializzato solo nella West Bank perchè non gli è possibile esportarlo a causa delle limitazioni imposte da Israele.

Ci accorgiamo che, così come il matrimonio e la resistenza quotidiana, il frantoio assume il significato della volontà di continuare a vivere.

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