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Un venerdì a Nabi Saleh

È venerdì 16 novembre e ci troviamo a Nabi Saleh, un piccolo villaggio di 550 abitanti poco distante da Ramallah.

Ci ospita M., una rappresentante della grande famiglia Tamimi, di cui fanno parte tutti gli abitanti del paese. Prima di partecipare alla consueta manifestazione del venerdì, M. ci racconta un po’ di sé e dell’esperienza di resistenza popolare che il villaggio vive da oramai tre anni.

Puoi raccontare chi sei?

Mi chiamo M. e sono un membro del Popular Resistance Commetee di Nabi Saleh.

Com’è la situazione a Nabi Saleh?

Conduciamo una resistenza nonviolenta contro le colonie perchè i coloni hanno preso la nostra terra. Abbiamo iniziato la resistenza nel dicembre 2009 ed ogni venerdì manifestiamo, ma i soldati israeliani ci attaccano e colpiscono specialmente donne e bambini. Vogliono bloccarci ma non ci fermiamo, sono tre anni che continuiamo a resistere.

Spesso qui vengono attaccati anche donne e bambini. Puoi spiegarci come questo è possibile? 

Beh perchè sanno che nella nostra cultura è particolarmente difficile per un uomo vedere la propria moglie, la propria sorella o i propri figli picchiati o incarcerati; perciò tentano di fermarci rendendoci la vita sempre più difficile. In generale agli uomini non importa molto di essere feriti o imprigionati  ma sicuramente proteggeranno la loro famiglia in ogni modo possibile. Sin dall’inizio alle manifestazioni hanno sempre partecipato anche donne e bambini, niente ci fermerà anche se sappiamo di dover pagare un caro prezzo per la nostra scelta. In ogni caso non abbiamo nulla da perdere; ci hanno già rubato la nostra terra, la nostra vita, il nostro futuro, la nostra dignità. Combattiamo per un futuro migliore e per i nostri diritti.

Quante persone del villaggio sono state arrestate dall’inizio della resistenza?

Il villaggio ha 550 abitanti. 162 sono stati arrestati, dei quali 37 sotto i 18 anni e 10 di questi sotto i 15 anni.

In che modo arrestano i bambini?

Prima iniziano con raid notturni e, la settimana prima dell’arresto, ogni notte entrano in dieci o undici case, scattano delle foto ai bambini dai 10 anni in sù, prendono i nomi, il numero di I.D. ed il numero della casa. Dopo iniziano ad arrestarli in base a queste fotografie. Come prima accusa usano gli rivolgono quella di aver partecipato illegalmente a manifestazioni. Nabi Saleh è in una Zona militare chiusa quindi i soldati possono fare quello che vogliono ed arrestare chiunque per il solo fatto di essere lì.

Succede lo stesso ai bambini israeliani?

No, perchè ci sono due sistemi legali diversi: il tribunale militare, al quale sottostanno tutti i palestinesi, e il tribunale civile, a cui sottostanno solo gli israeliani. Per questo se due bambini vengono arrestati nella stessa circostanza quello israeliano verrà rilasciato nel giro di un paio di ore o al massimo non più di due giorni mentre quello palestinese verrà interrogato ed arrestato fino ad un periodo di sette mesi.

Quante persone sono state ferite nelle manifestazioni durante tutti questi anni?

Più o meno 300; praticamente più di metà del villaggio. Ci sono persone che son state ferite anche 12 o 20 volte.

I tuoi bambini sono mai stati arrestati?

Arrestati proprio… no. Uno è stato trattenuto per un paio di ore ma non hanno potuto provare nessuna accusa contro di lui perchè si trovava a casa di mio cugino. Però è stato colpito ad un occhio da un gas lacrimogeno ed ha perso la vista per quasi due mesi e per fortuna non ha perso l’occhio. Invece un altro è stato colpito con un lacrimogeno ad alta velocità ed un altro ancora è stato colpito da un lacrimogeno alla testa ma per fortuna era stato sparato da molto lontano e non gli ha causato un ferita seria.

Da quando sei nel Comitato?

Dall’inizio, perchè il villaggio è composto da un’unica famiglia, la famiglia Tamimi, quindi fin dall’inizio ci siamo abituati a partecipare alle manifestazioni tutti insieme, abbiamo legami reciproci molto forti, fra uomini e donne, e questo è anche il motivo per cui partecipano più donne in questo villaggio rispetto ad altri. Quando vado alle manifestazioni le persone intorno a me sono mio fratello, mio cugino, mio zio, quindi in un modo o nell’altro mi sento protetta e nello stesso tempo non lascerei mio marito o i miei figli andare da soli. Il ruolo delle donne alle manifestazioni è molto importante perchè le altre persone potrebbero essere arrestate quindi possono aiutarle nel loro rilascio o in caso vengano ferite.

Come sono i vostri rapporti con i Comitati di altri villaggi? Ci sono delle rivalità?

Ci sono diverse relazioni, facciamo delle riunioni con i rappresentanti degli altri Comitati a Ramallah, per decidere quali azioni mettere in atto e condividere esperienze, anche perchè non tutti i comitati lottano contro coloni. Alcuni lottano contri il muro, altri per aprire l’accesso alle strade… ma la cosa che ci accomuna è comunque la lotta contro l’occupazione e condividiamo il più possibile le nostre esperienze.

Com’è vivere proprio di fronte ad una colonia? Avete rapporti con i coloni? Problemi?

Naturalmente è molto difficile, anche perchè i coloni negli ultimi due anni hanno iniziato a diventare violenti, ad attaccare i palestinesi, ad aggredirli nei campi mentre coltivano o raccolgono le olive. Ad esempio una notte alle 2 hanno cercato di invadere il villaggio e dare fuoco alla moschea e tutti gli abitanti del villaggio sono accorsi di fronte a loro e gli hanno impedito di farlo. Ci sono però degli abitanti che hanno paura dei coloni, non reagiscono e se ci sono i coloni nel villaggio si chiudono in casa. Ma penso che questo sia il modo migliore per dare loro potere, perchè se reagisci loro si spaventano e scappano mentre se invece gli fai sentire che sono potenti faranno tutto quello che possono per farci lasciare la terra. Noi non abbiamo armi o pistole e le sole nostre armi sono solo con le nostre idee e convinzioni. Ed è quello che ci da la forza e il potere di continuare quello che stiamo facendo.

Quindi credi che la resistenza non violenta sia la soluzione?

Noi resistiamo all’occupazione dal 1948. Abbiamo imparato dall’esperienza che ogni periodo storico ha bisogno della propria forma di resistenza. Negli anni ’60 abbiamo avuto la resistenza armata; negli anni ’70 i dirottamenti aerei; durante la prima intifada una resistenza non violenta; durante la seconda una resistenza armata. Oggi giorno tutto il mondo è influenzato dai media israeliani e statunitensi e ciò lo ha portato a pensare che i palestinesi siano tutti terroristi che si fanno saltare in aria negli attentati. Quello che vogliamo dimostrare al mondo è che noi lottiamo per la nostra causa attraverso la lotta non violenta. Ma nonostante questo la violenza degli israeliani rimane sempre la stessa. Fortunatamente il mondo sta iniziando a capire che vogliamo solo avere un vita migliore, un futuro migliore e una vita sicura per i nostri figli. Noi non abbiamo problemi con gli ebrei o con le persone di religione ebraica. Così come viviamo insieme e in pace con i cristiani possiamo farlo anche con gli ebrei se anche loro volessero vivere insieme a noi in pace. Solo abbiamo problemi con l’occupazione e con la potenza che ci ruba i diritti e la terra. Anche gli attivisti israeliani iniziano a sostenerci, a frequentare le nostre case e a rischiare le loro vite lottando al nostro fianco.

Penso che ogni padre o madre lotterebbe per la vita dei suoi figli; ed è questo ciò che noi facciamo; combattere per i nostri figli. Il mondo non ha il diritto di considerarci dei terroristi.

Quali sono le strategie che adottate nella vostra resistenza nonviolenta?

Alcune persone la chiamano resistenza pacifica; noi preferiamo chiamarla resistenza nonviolenta, perché c’è una bella differenza tra resistenza pacifica e resistenza nonviolenta. “Resistenza pacifica” significa che stai passivamente a casa tua senza fare niente, invece “resistenza nonviolenta” significa che noi abbiamo il diritto di proteggere noi stessi, i nostri figli, le nostre case in ogni modo, non uccidendo ovviamente. Ad esempio lavoriamo la terra per evitare che, dopo tre anni di inutilizzo, venga dichiarata “terra statale” in base dalla legge israeliana. Un’altra tecnica nonviolenta è quella di aiutare le donne, migliorare le condizioni di vita di coloro i cui mariti sono stati imprigionati, feriti o uccisi. Oppure usiamo le nuove tecnologie per diffondere il nostro messaggio, per mostrare a parlamentari e membri dei governi di tutto il mondo la nostra realtà: questo é un altro modo in cui facciamo resistenza nonviolenta.

Anche il lancio di pietre é un metodo “ nonviolento”, perchè non ho mai sentito di un colono o di un soldato che sia stato ucciso da una pietra, mentre loro usano ogni tipo di arma per ucciderci, persino “live ammunition”. Quindi una pietra nella mano di un bambino é il simbolo del nostro rifiuto dell’occupazione: quando mio figlio di 12 anni lancia una pietra contro un soldato non rischia di ucciderlo, vuole solo dirgli “questa é la mia terra, non ti voglio qui”.

Tutto il mondo supporta le rivolte arabe; ai ribelli libici ad esempio sono stati forniti missili per supportare la loro lotta, così come in Egitto e in Siria. Se dai a queste persone armi per uccidere i loro stessi concittadini perchè stanno lottando contro una dittatura o per una condizione economica migliore, allora perchè ci viene negato questo diritto, a noi che stiamo lottando contro l’occupazione più duratura di tutto il mondo? Penso che il mondo non dovrebbe farsi manipolare. Anche se ci sono solo due vie possibili, ovvero supportare il terrorismo o contrastarlo, non si può definire un palestinese come un terrorista solo perchè tira una pietra mentre invece un libico, anche se utilizza armi e pistole, è un combattente o un innocente. Questo non è giusto. O il mondo supporta il terrorismo o lo contrasta!

Fra qualche minuto si andrà a manifestare. Non hai paura? Non sei stanca di manifestare? 

Paura? Mentirei se dicessi di non aver paura, perchè ogni venerdì possiamo morire o può morire qualcuno dei nostri cari.

Avete visto ieri quando tutti venivano qui a casa? Beh, questo è il nostro modo di salutarci, caso mai capiti il peggio… Potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo.

Però nonostante tutto lo dobbiamo fare, non possiamo fermarci adesso, con tutte le sofferenze che dobbiamo sopportare… soprattutto dopo che è stato ucciso Mustafa (morto nel dicembre 2011 a causa di un lacrimogeno sparatogli al volto da una distanza molto ravvicinata. ndr), ora abbiamo un messaggio da comunicare. Le sue parole, prima di morire, sono state proprio “per favore continuate a lottare per quello per cui perderò la vita”. Questa era la sua volontà, quindi adesso non possiamo fermarci.

Certo, tutti hanno paura, ma questa paura non ci farà smettere di fare quello che stiamo facendo. Io spero che nessun altro venga ferito o ucciso, ma sapevamo già che Mustafa avrebbe pagato un prezzo alto per la nostra scelta di lottare e resistere. Sappiamo che Mustafa non è stato il primo e non sarà neanche l’ultimo a morire. Sappiamo che perderemo molte cose, ma dobbiamo continuare. Anche prima di iniziare la nostra resistenza non violenta siamo stati vittime di violenze e dieci persone del villaggio sono state uccise dagli israeliani dall’inizio dell’occupazione. Quindi non è la prima volta che succede, ma non possiamo far altro che reagire.

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