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Continuando a raccogliere…

Sono passati ormai quasi due mesi dalla fine della raccolta.

Noi volontari siamo rientrati in Italia. Per molti è stata una prima volta, non solo di un viaggio in Palestina, ma di un contatto così diretto con la terra, quella su cui viviamo e su cui si basa la nostra vita. Non potevano esserci elementi migliori per un progetto di volontariato internazionale: la Palestina – simbolo di oppressione e resistenza per tutto il mondo – unita alla raccolta delle olive, il cui albero rappresenta per noi del Mediterraneo un simbolo di pace e libertà.

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 Ognuno di noi ha cercato di dare il massimo. Raccogliere più olive possibili. Stare vicino ai contadini. Far vedere loro che l’arroganza di certi coloni non può prevalere sulla solidarietà. Provare a comunicare oltre l’inglese, gustando ogni briciola delle prelibatezze che ci sono state offerte. Manifestare insieme a loro. Cercare di farsi capire. Cercare di capire, le loro storie, la storia di quei luoghi. Conoscere, per chi ne ha avuto la possibilità, quegli israeliani che scelgono di stare con loro. Incontrare altri internazionali, constatare quanto la Palestina non è sola, affatto. Osservare quanto siano tangibili gli errori della comunità internazionale, di noi stessi in quanto appartenenti ad un Occidente i cui governi e parti delle società continuano a farne. Toccare con mano quanta bellezza e ricchezza ci sia. Piangere nel vedere come questa possa sparire con uno sparo, una passaggio di bulldozer.

I frantoi ora non sono più in funzione: il rumore della pressa “a freddo” ha lasciato spazio al silenzio della notte, e il profumo dell’olio nuovo riempie già le case palestinesi, pronto a sposarsi con quello del pane fresco e  dello zatar. Rumori e profumi altrettanto pronti però a essere alterati. Da cosa? Da eventuali sirene delle colonie circostanti – perché come insegna la recente operazione Colonne di Fumo su Gaza, tutto è possibile in qualsiasi momento; da possibili incursioni notturne dell’esercito israeliano; e l’immancabile e nauseante odore di rifiuti bruciati.

Tre elementi di disturbo simbolo di una situazione che purtroppo resta sempre la stessa, se non peggiore, col passare degli anni. Già, perché anche negli scorsi mesi la raccolta delle olive ha portato con sé tutti i segni dell’occupazione.

Anno dopo anno i contadini palestinesi devono affrontare una moltitudine di restrizioni e veri e propri attacchi – fisici, verbali, politici. Quest’anno, secondo l’OCHA , soltanto nella prima settimana della raccolta più di 870 alberi di ulivo sono stati distrutti o danneggiati. In seguito, si può supporre che altre centinaia abbiano subito la stessa sorte. E di almeno un centinaio noi volontari ne siamo stati inermi testimoni.

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Numeri ancora più alti se si considerano quelli abbattuti nel 2012: dal 1 gennaio scorso ad oggi sarebbero circa 8.000. Oppure quelli registrati dal 2001: almeno mezzo milione. Ma non si tratta di un’azione immediata, per quanto ugualmente meschina. Distruggere un albero di ulivo significa provocare un danno di lungo termine: ci vogliono in media dieci anni perché una pianta nuova cominci a produrre dei frutti. Impedire e ostacolare la raccolta delle olive significa minare le possibilità di guadagno di 80.000 famiglie, le quali dipendono dall’industria olearia. Industria che equivale al 14% della produzione agricola palestinese, e che potrebbe valere molto di più se l’eccessiva dipendenza dall’economia israeliana non impedisse all’olio palestinese di competere con gli oli greco, italiano e spagnolo.

Un’agricoltura che presa nel suo insieme di attività è diminuita dell’80% negli ultimi 20 anni. Perché non si tratta soltanto di alberi di ulivo che vengono spazzati via: c’è scarsità d’acqua data non da mancanza, da una divisione iniqua delle risorse tra israeliani e palestinesi; ci sono le espropriazioni dei terreni, nonostante nella stragrande maggioranza dei casi i proprietari abbiano tutte le carte in regola per esserlo, per la costruzione di avamposti militari, colonie oppure del muro di separazione; c’è la divisione della Cisgiordania in Area A, B e C, che impedisce ai palestinesi di auto-amministrarsi, e di conseguenza obbliga loro a rispondere all’autorità occupante.

E in una situazione già così precaria ci sono inoltre delle aggravanti.

La crisi economica, che ha determinato l’aumento del costo della vita – in particolare delle materie prime – accompagna la crisi budgetaria dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’UNRWA, due dei maggiori datori di lavoro in Cisgiordania. Da mesi, e durante questi giorni, si ricorrono scioperi: migliaia di insegnanti, infermieri, medici, poliziotti non ricevono da mesi i loro stipendi arretrati.

L’ultima offensiva su Gaza non ha di certo avuto le proporzioni di Piombo Fuso di tre anni fa, ma si è trattato pur sempre di un massacro di un centinaio di civili innocenti. E in Cisgiordania ha fatto salire la tensione, provocando centinaia di arresti, decine di feriti e persino tre morti.

Questo è il contesto in cui la Palestina si ritrova all’alba del 2013. Tra poco ci saranno le elezioni israeliane, ma la vita a Gaza e Cisgiordania potrà soltanto beneficiarne in peggio. Molto probabilmente Netanyahu sarà di nuovo primo ministro, con una destra ancor più radicale della sua, e con un’opposizione comunque in linea con la negazione dei diritti dei palestinesi.

Ma la Palestina non molla. In questi mesi di occupazione, repressione e violenza la novità è che per le Nazioni Unite esiste uno Stato palestinese. Formalmente è uno stato osservatore non membro, che significa pressoché nulla a livello pratico. Ma parlare con chi aspettava questo momento da 65 anni, vedere coi propri occhi delle persone commuoversi di fronte al discorso di Mahmoud Abbas all’Assemblea Generale, è un debole segno di vitalità della questione palestinese nel mondo.

Segnali di energia di ben altro calibro arrivano invece dalla quotidianità palestinese: se un contadino a cui hanno appena tagliato 70 alberi dice “Non importa, li ripianterò”; se un pozzo viene distrutto e tutta la comunità accorre per ricostruirlo; se tutte le mattine la preghiera del muezzin ricorre nei villaggi; se tutti i venerdì qualcuno ha ancora voglia di andare a manifestare…. Allora vuol dire che i palestinesi hanno scelto di non mollare.

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Questo blog continuerà a riportare la volontà, la determinazione e la grinta provenienti dalla terra sulla quale noi volontari abbiamo avuto l’onore e il piacere di essere accolti. E continuerà a farlo con foto, video, testimonianze dirette, informazioni su quel che succederà da qui alla prossima raccolta delle olive, in Palestina e in Italia.

Perché la pace è frutto che va curato per essere raccolto. Ed è una cura quotidiana ciò di cui ha bisogno.

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