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Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

L’abituarsi a vedere e incontrare i soldati, un giorno normale nella vita di un Palestinese. La difficoltà di carpire l’anima di questa terra, sporcata e nascosta dall’occupazione. Perché la Palestina si intravede dietro le parole di chi, nonostante tutto, resiste, ancora. Ma si intravede soltanto, perché nessun discorso può fare a meno di parlare dell’occupazione. Che penetra nelle vite, penetra nella giornata quotidiana di ogni famiglia. Penetra nel sonno, quando alcune famiglie di Al Khalil (nome arabo di Hebron) non si sentono sicure di dormire da sole e così chiedono ai ‘solidali internazionali’ (mutadaminun duwaliyun), categoria nuova di cui si comprende la reale portata solo in situazioni come queste, di dormire in casa loro per farli sentire protetti da incursioni dell’IDF e aggressioni dei coloni. E la paura è tale che una famiglia preferisce essere invasa quotidianamente da stranieri nelle ore di raccoglimento serale, piuttosto che dormire soli. Perché è di solitudine che si parla quando i coloni nella notte salgono sui tetti e cominciano a lanciare pietre alle finestre, mentre l’esercito, che come ci dice un soldato ‘è lì perché la vita delle persone non sia così impossibile’, si presenta sul posto e guarda impassibile la scena, difendendo l’invasore e non chi viene invaso, il violatore e non colui che viene violato fin nell’intimità della propria casa. L’esercito osserva impassibile; è, quindi, complice e artefice. Lo stesso esercito che, di stanza ai check point, perquisisce i palestinesi che attraversano il metal detector più e più volte nella stessa giornata. Soldati che quando i bambini palestinesi vanno a scuola e lanciano pietre che cadono a distanza di 10 metri, escono dal check point e puntano il mitra, sempre stretto al collo, al bambino di sei anni. Sei anni passati nell’insicurezza, con la costante minaccia di poter essere trovato colpevole di un crimine inventato, perché, in fondo, il crimine è quello di essere palestinese. Di essere la testimonianza vivente che questa terra non appartiene allo stato sionista.

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Mohammed[1] vive in Shuhada’ Street, tra le strade storicamente più importanti di Hebron, che connette il nord al sud della città e che un tempo era piena di negozi palestinesi. Nel 1979 cominciarono i primi afflussi di coloni Israeliani. Questi arrivavano di solito il venerdì e trascorrevano due giorni nella città, che veniva sorvegliata, mentre le strade venivano bloccate e il movimento impedito. Poi, iniziarono a trattenersi anche durante le festività ebraiche, finché, nel 1981, i fida’iyin portarono a termine un attacco contro un gruppo di coloni, uccidendone sei. La strada venne chiusa e le famiglie di Shuhada’ Street furono definitivamente evacuate dalle loro case. Al loro ritorno l’esercito le aveva occupate. Poche sono le famiglie che sono riuscite a riottenerle. La maggior parte di loro è stata obbligata ad andar via; in molte abitazioni abbandonate vivono oggi famiglie di coloni.

Dopo il massacro del 1994, in cui Baruch Goldstein sparò sui palestinesi in preghiera, uccidendone ventinove e ferendone oltre cento, la moschea di Abramo venne divisa in due, e più della metà trasformata in sinagoga. I palestinesi da vittime vennero gradualmente trasformati in colpevoli e per poco espropriati del loro luogo di culto.

Shuhada’ Street è deserta e quei negozi, che un tempo erano palestinesi, sono ormai chiusi da tempo, con stelle di David disegnate durante imprevedibili pogrom rovesciati. Ahmad ci racconta che gli è interdetto di tanto in tanto passeggiare per la via, dove si trova la sua casa. I coloni, invece, la usano per fare jogging. E in questa città, durante la nostra permanenza, viene ucciso un palestinese al giorno, ai check point dai soldati. La scusa è sempre la stessa: possesso di coltello. Ma la verità è che il terrore regna in questa città. Il terrore per i palestinesi di poter essere perquisiti, violati e uccisi senza alcuna apparente ragione. Se non quella di essere nati palestinesi. E il terrore regna anche tra i soldati? Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono, quel che fanno, se si rendono conto. Ma come non ci si può render conto dell’inumana logica che domina questi luoghi quando a un bambino di quattro anni viene puntato un fucile? E come si può non capire l’assurdità di sparare gas lacrimogeni nel cortile di una scuola elementare? L’assurdità di difendere coloni che lanciano spazzatura nelle strade palestinesi dall’alto delle loro case, costringendo la municipalità a mettere grate di metallo a tre metri di altezza?

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Il percorso per recarsi a scuola è pericoloso. I bambini hanno paura perché potrebbero essere aggrediti dai coloni in ogni momento, per disprezzo, per diniego di umanità; ai coloni è permesso portare armi mentre passeggiano per la città. Stamattina abbiamo accompagnato frotte di bambini a casa dopo il suono della campanella. Tre piccoli gruppi di solidali internazionali, noi e quelli dell’ISM. Tre bambine erano state attaccate, poche ore prima, mentre venivano a scuola. La prima è stata quasi investita da un colono. Ad un’altra un colono ha lanciato una pietra in faccia. Una terza è stata strattonata. Le bambine arrivano a scuola e vanno via terrorizzate. Il lancio dei lacrimogeni è fitto e ci sono cecchini sui tetti intorno.

Tutte le bambine entrano e la preside ci invita nel suo studio. Una bambina arriva, gli occhi rossi lacrimano. La reazione è immediata, normale amministrazione, la preside tira fuori un fazzoletto, lo imbeve di alcool e lo passa sotto al naso della bambina che presto si riprende. Continua il lancio dei lacrimogeni, si chiudono le finestre. Dopo due ore la scuola viene evacuata perché il gas entra nelle classi e fare lezione diventa impossibile, le bambine sono spaventatissime. Escono e le scortiamo a casa a gruppi per evitare che vengano nuovamente attaccate. Ci ringraziano e ci invitano a restare per un tè.

Grazie all’associazione Youth Against Settlement coordinata da Issa Amro, impegnata a combattere l’occupazione e supportare tutte le famiglie esposte alla violenza della colonizzazione, scopriamo la realtà di Al-Qualil, veniamo accolti nelle case e ci vengono raccontate le storie dei loro abitanti. Mahmoud ci dice che ai palestinesi sono negati tutti i diritti. Il diritto al movimento, il diritto alla sicurezza, il diritto alla libertà. Hebron è divisa dal 1994 in due aree, Hebron2 ed Hebron1 (H2 e H1). La prima è sotto controllo militare israeliano, la seconda risiede sotto quello civile palestinese. Due autorità nella stessa città. Chiediamo a Mahmoud cosa succede quando le due autorità si trovano nello stesso luogo e assistono ad un attacco contro i palestinesi ad opera dei coloni. Secondo il Protocollo di Hebron (1997), l’Autorità Palestinese è obbligata a entrare in macchina e andarsene per lasciare gestire la situazione all’esercito israeliano, non importa in quale zona della città ci si trovi. Siamo a casa degli zii di Mahmoud. Sono due uomini, uno di loro parla e Mahmoud ci traduce, l’altro è silente. Ci raccontano che uno è stato massacrato di botte perché voleva costruire una cucina sul tetto di casa: adesso ha quattordici viti di metallo nella spina dorsale. L’altro è stato raggiunto da una pioggia di pietre lanciate dai coloni e ha perso un occhio. Non c’è persona qui che non sia stato attaccata o detenuta. Mentre parliamo chiama Jamil, un nostro amico del posto. Un colono lo sta seguendo e lui chiede di non riagganciare per essere sicuri che non succeda niente. Questa è la vita quotidiana dei palestinesi, ci dice lo zio. “Abbiamo imparato a organizzarci, ad essere sempre in contatto, per riuscire in qualche modo a difenderci. Sempre armati di telecamera e di telefono per essere pronti a soccorrersi e a documentare violenze e abusi”. Ci mostrano un video della settimana scorsa, in cui un colono che ha appena sparato a un ragazzo palestinese parla con i soldati. Nel video si vede chiaramente un soldato che passa un coltello ad un altro soldato, il quale lo appoggia accanto alla testa del diciassettenne ucciso. Dopo mezz’ora il video era diventato virale in rete e l’esercito faceva irruzione in casa dello zio per distruggerlo, ma invano. La documentazione è importante, soprattutto perché arriva al mondo esterno.

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Per quanto riguarda la legge, la differenza tra palestinesi e coloni israeliani è tale per cui i primi sono sotto legge militare mentre i secondi sotto legge civile. Ciò significa che un Israeliano è sempre innocente fino a prova contraria. Un palestinese invece è sempre considerato colpevole e, per poter essere scagionato dalla conseguente detenzione, dovrà provarsi innocente. Per provarsi innocente dovrà portare documentazione e fare denuncia, ma le denunce cadono sempre nel vuoto. Come ci racconta lo zio di Mahmoud, quando suo figlio e suo nipote stavano giocando nell’asilo che i palestinesi hanno ricavato da una vecchia casa, due coloni provarono a rapirli, in presenza dei soldati. La comunità autorganizzata di protezione, già allertata, riuscì a liberarli. Tentata la denuncia perché i coloni israeliani venissero perseguiti dalla legge, la domanda dei soldati fu: ‘avete documentato il rapimento? ’. La risposta fu “no”, e allora non si poté procedere. Come ci dice Mahmoud, la definizione di Apartheid è quella di due popoli che vivono nello stesso territorio sotto due sistemi giuridici separati. E allora finalmente capiamo perché i palestinesi ci scoraggiano dal recarci a Hebron. Non sono gli scontri, non è la rabbia che monta e ancora non scoppia in violenza. È la violenza del sistema, è la città in cui si vive in maniera emblematica e angosciante l’oppressione, l’occupazione. L’assenza di ogni nozione di umano salta e si perde. Le categorie che aiutano ad orientarsi nel mondo qui sono sospese. La legge del più forte, del più protetto, del più violento vince, sempre.

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[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Le Sette Lune Rosse

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