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Balata ricordando Yafa

La raccolta di olive presso il distretto di Nablus, durata cinque giorni, si conclude con una visita al campo di Balata, il più popoloso campo rifugiati della Cisgiordania. In particolare, siamo entrati nel centro culturale di Yafa, all’interno del quale ci viene illustrata la storia del campo, la situazione attuale e le attività presenti nel centro.

Il campo rifugiati di Balata nasce nel 1950, quando le Nazioni Unite, tramite l’UNRWA – L’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente – organizza diversi campi in Cisgiordania per aiutare i palestinesi costretti ad abbandonare i loro villaggi nel 1948, con la costituzione dello stato di Israele e la conseguente fuga di migliaia di persone. Se la nascita del campo vedeva presenti 5000 persone, la maggior parte delle quali provenienti dalla città di Yafa, oggi Giaffa, la popolazione nel corso degli anni è cresciuta a dismisura, tanto che Balata ospita attualmente 30000 persone, secondo i dati ufficiali. Tuttavia, spesso le nascite dei figli non vengono dichiarate alle autorità, e ciò fa sì che le famiglie non abbiano accesso agli aiuti dell’UNRWA. Ma il campo non ha alcuna possibilità di espansione, ed ogni famiglia risiede solitamente in un’abitazione grande non più di 3 metri quadri.

 

 

Balata ha avuto un importante ruolo sia nella prima che nella seconda Intifada, e gli abitanti hanno subito diverse repressioni da parte dell’esercito israeliano, il quale vedeva, e tutt’ora vede, il campo come un importante nucleo della resistenza armata palestinese. Una responsabile dello Yaffa Cultural Centre ci racconta di come, durante la seconda Intifada, la sua casa, come quasi tutte le abitazioni del centro, fosse stata invasa dai soldati, i quali avevano aperto diverse breccia nei muri, creano dei veri e propri tunnel che passavano per le case. I soldati avevano quindi l’accesso a tutte le abitazioni del campo in qualunque momento essi avessero voluto, eliminando privacy, sicurezza e la minima dignità che ogni persona avrebbe diritto di avere. Nonostante non vi sia più una situazione di questo tipo, e Balata appartenga amministrativamente all’area A, ovvero sotto pieno controllo dell’autorità palestinese, in realtà, ancora oggi, i soldati entrano quotidianamente nel campo.

Attualmente, la maggior parte dei servizi sono gestiti dalle Nazioni Unite. Nel campo è presente un piccolo ambulatorio, all’interno del quale tre medici lavorano cinque giorni a settimana; è chiaro come sia impossibile visitare accuratamente le centinaia di persone che quotidianamente hanno bisogno di cure mediche. I pazienti sono sottoposti a visite sbrigative, durante le quali non hanno neanche il tempo di sedersi e le sale di attesa sono costantemente sovraffollate. Per di più, le medicine a disposizione dell’ambulatorio non sono sufficienti a soddisfare la richiesta.

Riguardo l’educazione, vi sono solo quattro scuole, ed ogni classe è composta da circa cinquanta studenti; gli insegnanti non riescono ad instaurare un adeguato rapporto con gli alunni; ciò fa sì che non solo l’abbandono scolastico sia molto frequente, ma che i ragazzi utilizzino sin da giovani alcol e droghe, spesso fatte entrare nel campo con la complicità dei soldati israeliani.

Infine, se da una parte gli abitanti del campo soffrono un forte sentimento di abbandono riguardo le loro dure condizioni di vita da parte dell’autorità palestinese, dall’altra vengono visti come privilegiati dagli altri abitanti della Cisgiordania per aver ricevuto nel corso del tempo molti aiuti internazionali.

È chiaro quindi come la vita nel campo sia particolarmente difficile; inoltre, le condizioni di precarietà a cui quotidianamente sono sottoposti gli abitanti sono accentuate da un’enorme incertezza: l’affitto del km² su cui sorge il campo scadrà tra 29 anni, e non è stata ancora prevista una soluzione per il prossimo futuro.

Una volta entrati nel campo di Balata, ci rechiamo subito nello Yafa Cultural Centre. Sin dalla sua fondazione nel 1996, lo Yafa Cultural Centre ha come obiettivo sia la presa di coscienza dell’identità, della storia e della cultura palestinese da parte degli abitanti del campo, sia il loro pieno coinvolgimento in diverse attività volte a sviluppare le loro capacità in ambito educativo, storico culturale ed artistico. In particolare, vengono fortemente coinvolti bambini e ragazzi, affinché possano contribuire attivamente a mantenere viva la loro identità. Nel centro sono presenti diversi servizi psicologici, attraverso i quali sono forniti degli aiuti a coloro che, in particolare i ragazzi, soffrono disturbi traumatici, i cosiddetti Post Traumatic Stress Disorders, estremamente frequenti a causa della violenza quotidiana a cui gli abitanti di Balata sono sottoposti.

Inoltre, il centro organizza sia dei laboratori di scrittura creativa, con l’obiettivo di diffondere all’esterno la storia della migrazione forzata nel campo e la situazione attuale, sia dei laboratori specificatamente rivolti alle donne, in particolare artigianato, cucito e lingua inglese. I prodotti delle donne sono poi messi in vendita, e con il ricavato vengono poi finanziate le diverse attività del centro. Tali corsi tentano di arginare la forte disoccupazione che affligge le donne del campo, le quali difficilmente riescono a trovare un impiego nel loro ambito di studi. Inoltre, la violenza in ambito domestico è purtroppo fortemente presente: nel campo non è presente alcun centro per le vittime di violenza di genere, e le donne sono costrette a recarsi a Nablus in cerca di aiuto. Tuttavia, a causa del sentimento di vergogna che esse provano, difficilmente ne fanno uso o lo ammettono in presenza di estranei.

Infatti, durante la nostra visita, la questione della discriminazione degli abitanti di Balata da parte della società civile palestinese emerge più volte. La popolazione del campo ha enormi difficoltà nel trovare un impiego nella vicina Nablus e ad ottenere un salario dignitoso; inoltre, molto spesso prova una sensazione di vergogna a parlare della propria origine. Quindi, le numerose attività incentivate dal centro sono anche volte a valorizzare la storia degli abitanti di Balata e a combattere la discriminazione.

Una volta conclusa la visita, assistiamo a una prova di Dabka, una danza tradizionale palestinese che trasmette ai ragazzi e alle ragazze che la praticano un forte sentimento di attaccamento alla propria terra e alle proprie radici. Vedere il divertimento negli occhi dei ragazzi e la loro spensieratezza, anche se solo momentanea, ci fa capire quanto sia importante, all’interno di un contesto come quello del campo profughi di Balata, cercare di ritagliare spazi di normalità e di divertimento all’interno delle vite dei bambini e delle bambine.

Dunque la povertà, le scarse condizioni di privacy e di igiene, i continui interventi invasivi dell’esercito e l’enorme disoccupazione giovanile rendono chiare le difficoltà che caratterizzano la quotidianità di Balata. Tuttavia gli abitanti del campo trovano nello Yafa Cultural Centre uno spazio dove è possibile sia valorizzare le loro origini, ovvero perchè sono costretti a vivere nel campo, sia aiutare le persone più fragili, in particolare i bambini, a superare i problemi psicologici che possono subire, sia avere uno spazio sociale nel quale condurre e condividere delle attività comunitarie.

Le olive grasse

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