COLTIVARE SOTTO OCCUPAZIONE/palestine, raccolta olive, conflitto, nonviolenza,

Racconti dalla Palestina – Crescendo tra banchi e nei campi (Parte I)

Durante la raccolta delle olive abbiamo l’occasione di entrare in contatto diretto con le famiglie del posto, conoscere le loro storie. Il riconoscimento per la nostra presenza è molto forte. Tant’è che oltre agli abbondanti spuntini offerti negli uliveti le famiglie ci invitano anche a cenare insieme la sera. Varcare la soglia delle loro case ci permette di entrare davvero nell’intimità della famiglia e conoscerne le dinamiche. Molti di loro non sono contadini a tempo pieno, ma hanno altri lavori. Dopo una di queste cene, tra una boccata di narghilè e una tazza di tè iniziano ad entrare nel salone vari parenti e così ho modo di parlare con una donna dal volto incorniciato in un velo floreale.

“Sono un’insegnante di inglese in un piccolo paese nel nord della West Bank. Mi sono sposata presto e ho dovuto quindi interrompere gli studi; ma fortunatamente, dopo aver dato alla luce tre figli, ho trovato un’università online che mi ha permesso di conseguire la laurea e diventare finalmente insegnante. Insegno ormai da undici anni in una scuola per ragazze tra i 14 e i 18 anni (livello 8-12 della scuola palestinese). Sono molto orgogliosa di far imparare alle ragazze una lingua che potrebbe permettergli un futuro più ricco di possibilità.

Essendo anche madre però ogni mattina, dopo aver lasciato i miei figli a scuola, rimango con un sotteso pensiero di apprensione, ho paura che possa succedere loro qualcosa dato che l’esercito israeliano e i coloni non si fanno scrupoli a fare incursioni o attaccare le scuole di ogni livello. Questo in qualche modo inficia il mio importante lavoro di educatrice perché una parte della mia testa è costantemente altrove. Inoltre a volte capita che non riesca a raggiungere la scuola a causa di Check-point o chiusure improvvise delle strade. Sono quindi costretta a svolgere la giornata lavorativa in un altro istituto per non perdere un giorno di paga, ma questo ha evidenti ripercussioni sulla qualità dell’insegnamento, sulla continuità didattica e sulla relazione con le alunne.

Anche tra le ragazze, durante le lezioni, noto a volte una disattenzione dovuta alla paura che possa succedere qualcosa. Spesso per esempio le incursioni dei soldati avvengono durante gli esami di fine anno, siamo quindi costretti a ripeterli, ma ovviamente questo implica che i ragazzi arrivino all’esame, non solo in apprensione per il momento di verifica importante, ma anche deconcentrati per la consapevolezza del rischio, non riuscendo quindi a dare il meglio. Per questi motivi la scuola prevede un supporto psicologico per gli alunni che lo necessitano, ma è spesso inadeguato alle esigenze.

Personalmente penso anche che nelle scuole si debba cercare di non rimarcare troppo la situazione che vive il nostro territorio, mantenendo i ragazzi focalizzati sull’apprendimento, in modo che possano vivere il loro percorso formativo nella maniera più serena possibile.”

Nel villaggio siamo ospitati da Penny (nome di fantasia), in un’antica casa ottomana che piano piano e con l’aiuto di alcuni locali è riuscita a ristrutturare. La sistemazione per noi è ottima, le mura sono spesse mantenendo la temperatura mite sia di giorno che di notte. Lei è molto ospitale e generosa di informazioni con i suoi ospiti, passione e dedizione traspirano in ogni nostra conversazione.

“Ho deciso di trasferirmi qui due anni fa per collaborare concretamente ad un progetto di promozione culturale in un piccolo villaggio assediato da ben tre colonie, usato dall’esercito per esercitazioni delle nuove reclute. I bambini sono probabilmente i più provati da questa situazione, molti di loro hanno subito invasioni/incursioni in casa, hanno familiari che sono stati arrestati e anche agli stessi bambini è capitato di essere detenuti.

Qui, insieme ad un gruppo di ragazzi locali già attivi sul territorio, cerco da tempo di aprire un centro dove i giovani possano esprimersi liberamente e recuperare la consapevolezza della loro identità culturale. Purtroppo siamo già al trasferimento nella quarta sede per difficoltà logistiche e perché le autorità locali non ci vengono incontro. Tra le altre attività la Dabka, danza tradizionale palestinese, è sicuramente uno strumento molto importante perché riunisce/contribuisce a molti dei nostri scopi. Abbiamo infatti deciso di aprire il corso tanto ai ragazzi come alle ragazze e non è stato facile: inizialmente molte ragazze avevano difficoltà persino a prendere per mano i ragazzi, ma piano piano il ghiaccio si è sciolto. Il gruppo ora è unito ed entusiasta, i ragazzi vengono alle prove nonostante alcuni dei loro genitori si mostrino contrari al progetto. L’attività con i giovani ci permette di trasmettere loro valori e modi di agire che altrimenti difficilmente incontrerebbero. Cerchiamo di promuovere un’educazione orizzontale, valori di antisessismo, antifascismo e antirazzismo. Pensiamo che sia importante lavorare con queste modalità perché tali valori possano arrivare anche alle famiglie e le future generazioni possano essere più consapevoli e autonome nel trasmetterli. Iniziamo inoltre a vedere molti miglioramenti nei rapporti con i genitori che ci iniziano ad aiutare e supportare.”

Hasmi (nome di fantasia) è il nostro mediatore nel villaggio, un ragazzo molto attivo fin da giovanissimo. Ogni sera ci racconta un pezzetto della sua storia e del posto in cui siamo, facendoci sentire pienamente immersi nella comunità. Insieme ad alcuni amici ha deciso di contrastare l’occupazione e coinvolgere i ragazzi attraverso manifestazioni e attività culturali nonviolente.

“Con l’associazione Target organizziamo il Kate Festival da ormai X anni. Le prime edizioni non avevano un significato effettivamente politico, erano semplicemente una festa per i più piccoli. Dopo i primi tre anni abbiamo deciso di apporre la bandiera palestinese sui nostri aquiloni e di fare il festival sulla montagna dove i coloni stanno cercando di creare un nuovo insediamento. Il festival è quindi diventato uno strumento politico oltre che un momento di gioia per i bambini. Questa è la nostra terra, è il nostro cielo, facendo volare gli aquiloni più alti delle colonie il messaggio sarà chiaro per noi e per i coloni che ci invadono. Abbiamo anche deciso di coinvolgere i bambini dei campi profughi perché in passato c’erano stati attriti tra questi e i bambini della città o dei villaggi. Ora alcune persone sono contrarie e spaventate dal festival perché riconoscono che non è solo un festival, ma anche un atto politico. Se inizialmente era solo una festa ora è diventato un momento di lotta nazionale. Con l’associazione organizziamo molte altre attività, sempre con l’idea di non essere un servizio, ma uno strumento per attivare la nostra comunità attraverso la partecipazione diretta, partendo da contenuti culturali. Vorremmo che in futuro i bambini siano in grado di compiere delle scelte autonome, che siano consapevoli di sé stessi. Lavorare con i più piccoli è molto importante perché loro saranno i futuri leader.”

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